Sanità, aumentano i ticket ma a incassare di più sono privati e intramoenia

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ROMA. L’autunno porta un aggravio per i ticket sanitari sulle tasche dei cittadini. All’origine, l’adeguamento delle tariffe rimborsate ai privati accreditati per le prestazioni erogate, scattato lunedì 21 settembre. Se buona parte dell’extra su centinaia di visite ed esami diagnostici sarà sostenuto dal sistema pubblico, le stime profilano un aumento anche per gli assistiti (non esenti) in media, di 1,50 euro: in totale, circa 27 milioni di euro in più all’anno. Ennesima “goccia” nel mare delle spese per la salute a carico delle famiglie.

L’aggiornamento colpisce anche diversi ausili ottici e protesici: lenti a contatto, busti correttivi, protesi d’arto. Dispositivi molto ricercati. Secondo una recente rilevazione condotta dal Centro studi di Confindustria dispositivi medici e promossa da Aito, nel nostro Paese oltre 8 pazienti su 10 incontrano difficoltà a ottenere ausili e protesi con il Ssn e il 63% sostiene la spesa personalmente. Più della metà dei pazienti segnala criticità per tempi di attesa troppo lunghi, procedure burocratiche complesse e scarse informazioni. Ecco, dunque, che si mette mano al portafoglio.

L’Ufficio parlamentare di bilancio certifica che l’Italia vanta il poco lodevole primato di una minore spesa sanitaria pubblica della media Ue e di un maggiore esborso diretto dei cittadini. La cosiddetta “out-of-pocket” raggiunge circa il 23% del totale: ben nove punti in più rispetto alla media europea. Secondo l’Istat, la spesa sanitaria nominale pro-capite è lievitata dai 2.637 euro del 2019 ai 3.225 euro del 2025: di questi, 2.388 euro sono finanziati dal pubblico, 719 euro dalle famiglie e 118 euro dai regimi volontari (polizze e altro).

«L’incremento della spesa privata delle famiglie viaggia al ritmo del 5% annuo» sottolinea Alessio D’Amato, già assessore alla Sanità della Regione Lazio e oggi responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione. «Del resto, se spesso le prescrizioni emesse che vanno a buon fine si fermano al 50% o 60%, è la spia di un sistema che non funziona: il cittadino non riesce a raggiungere l’assistenza ed è costretto a fare ricorso al privato o rinunciare alle cure. Un fallimento».

Il monitoraggio della spesa sanitaria della Ragioneria generale dello Stato resoconta che, nel 2024, sono stati trasmessi al sistema tessera sanitaria ai fini delle dichiarazioni dei redditi 46,41 miliardi di euro di spese dei cittadini: nel 2016, erano 28,13 miliardi di euro. Chi ne attira di più?

Quasi la metà è andata alle visite specialistiche ambulatoriali e agli interventi operatori, con un peso importante di quelli dentari (la spesa per odontoiatri sale da 4,97 miliardi di euro a 6, 08).

In valore assoluto, però, sono le “strutture autorizzate” a fare la parte del leone: nello stesso arco di tempo, sono passate da 3,05 a 8,20 miliardi di euro (il 169% in più). E sono ora appaiate alle “strutture private accreditate”, parimenti salite da 5,26 miliardi a 8,20. Tradotto: le strutture sanitarie autorizzate ma non accreditate al Ssn (laboratori di analisi e diagnostica, centri di terapie riabilitative e fisioterapiche) galoppano più veloci.

Indirettamente, anche il pubblico spende per il privato. Secondo l’UpB, le famiglie sostengono sempre più i costi di farmaci, dispositivi e prestazioni sanitarie private per ridurre i tempi di attesa e scegliere struttura o professionista. Ma, evidenzia la stessa analisi, una parte della spesa diretta “out-of-pocket” è finanziata con risorse pubbliche, sotto forma di minori entrate fiscali, «assicurando, tuttavia, un vantaggio che si distribuisce in maniera diseguale tra i contribuenti, tale da sollevare criticità in termini di equità». In pratica, le detrazioni fiscali tendono ad aumentare al crescere del reddito.

Poi, ci sono i sistemi sanitari regionali. Quanto spendono per pagare prestazioni erogate da strutture private? La Fondazione Gimbe, su dati della Ragioneria generale dello Stato, rivela che quasi il 20% della spesa sanitaria complessiva a livello regionale è destinato al privato. Secondo le elaborazioni, superano questa media Puglia, Campania, Sicilia, Lombardia e Lazio. Mentre il Molise svetta su tutte: più di 31 euro su 100 della spesa sanitaria regionale va ad acquistare prestazioni dal settore privato.

In valori assoluti, nel 2024 il conto supera i 27,6 miliardi di euro. A spendere di più è la Lombardia con 6,16 miliardi di euro. Seguono Lazio (3,70 miliardi), Campania (2,77 miliardi) e Sicilia (2,62 miliardi). Una spesa che migliora le performance? Non è detto.

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