TORINO. È il girone dei dannati. Più gironi, anzi: il tempo di riemergere da uno, e si sprofonda nel successivo. Altre settimane, mesi, anni persi. Da una lista d’attesa all’altra per ottenere il posto in convenzione in una qualsiasi Rsa, una sorta di biglietto della lotteria, mentre gli anziani aspettano. E con loro le famiglie, alle prese con il lavoro (quando c’è), i figli, le incombenze quotidiane.
Siamo in Piemonte. E dire che Luisa Giors Fueri, figlia della signora Serafina – classe 1929, vedova dal 2008, dall’agosto 2025 inserita privatamente in una Rsa a Chialamberto, comune della Città metropolitana di Torino -, aveva appena tirato un sospiro di sollievo.
Prima di procedere è bene precisare che la mamma, con una diagnosi di Alzheimer dal 2008, fino allo scorso anno è stata assistita a casa. Poi il ricovero, inevitabile, e l’inizio di un’altra via crucis, dopo quella domiciliare.
«Ho intrapreso il percorso di valutazione per la stipula di una convenzione tra Rsa e Asl (ndr: la Torino 3): anche mia madre è risultata “differibile”, categoria peraltro non contemplata nei Livelli essenziali di assistenza e dalla normativa regionale», racconta Luisa. Un disastro: differibile equivale ad un’aspettativa sine die.
Luisa però non si arrende. «Dopo sei mesi ho richiesto una nuova valutazione, a seguito della quale mia madre è risultata “urgente” – scrive a La Stampa -. La normativa prevede che, in caso di urgenza, l’Asl stipuli la convenzione con l’Rsa nei 90 giorni successivi la valutazione». Passano tre mesi: silenzio. Richiama, per sollecitare, e dal Punto unico di accesso ottiene la seguente risposta: «La signora è 33ª in lista d’attesa, il primo in lista sta aspettando da 255 giorni».
Così Luisa. Salvo aggiungere: «Che dire? Tra 200 giorni magari mia madre non ci sarà più… Sono sgomenta. Riesco a fare fronte economicamente alle necessità di mia madre depauperando il patrimonio mio, di mio marito e del resto della famiglia, penso a chi non è in grado di sostenere economicamente e per lungo tempo una situazione del genere».
Nel caso della signora Serafina, in discrete condizioni fisiche ma ormai sostanzialmente incosciente, parliamo di una retta mensile di 2.600-2.700 euro a fronte di una pensione di 1.600, tutto compreso. Luisa e il marito sono entrambi in pensione e hanno due figli: «Ho tenuto la mamma a casa finché ho potuto, mai chiesto nulla, ora che ho bisogno…».
Come premesso, il caso riguarda l’Asl Torino 3. I numeri: 1.285 gli anziani in attesa di ricovero in Rsa, 215 urgenti, 312 non urgenti, 758 differibili. Degli urgenti sono 94 quelli in attesa oltre i tre mesi. Serafina non può saperlo ma è uno di questi. Lo sa bene Luisa, invece, che mentre la mamma si disfà lentamente e le scivola via, come sabbia tra le dita, continua a pagare la retta a prezzo pieno per garantirle un’assistenza adeguata.
Ci sono storie che si raccontano da sole, e quella di Serafina è una di queste. «Sappiamo quanto l’attesa di un posto in Rsa possa pesare sulla vita degli anziani e delle loro famiglie, è un tema che seguiamo con grande attenzione – spiega Giovanni La Valle, direttore generale dell’Asl -. Oggi il numero di quanti hanno priorità urgente e attendono da oltre 90 giorni è in diminuzione rispetto allo scorso anno. In un territorio molto vasto e con una popolazione anziana numerosa, quest’anno abbiamo aumentato il budget dei Distretti per dare più risposte e continuare a ridurre i tempi di attesa».
Un episodio isolato? Macchè. Parliamo dell’Asl Torino 3 perchè Luisa ha scritto a La Stampa e la mamma ricade in quell’area. Nelle altre la situazione è analoga. Quanti sono, in tutto il Piemonte, gli anziani classificati come urgenti per l’inserimento in Rsa? Secondo il consigliere regionale del M5s Alberto Unia, che ha sollevato la questione in Consiglio regionale, 1.255. Un dato contestato dalla Giunta, che nella risposta ha evidenziato come siano 382 i casi urgenti per cui si è già sforato il limite dei 90 giorni. Sia come sia, un diritto negato.
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