Genova, la scuola dove 24 nazionalità convivono in classe: “A noi servono docenti e strutture”

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Maristel dell’Ecuador. Maristel di Genova. Terza media, apparecchio ai denti. Sogna di diventare un’infermiera. «La cosa brutta è il razzismo. Quando ti senti esclusa. Alle elementari mi è successo. Mi giudicavano per il colore della pelle». «Anche a me è capitato» dice Ana, 13 anni, da Cali, Colombia, sua compagna di classe. «Qui ho trovato tanta gentilezza. Amici veri, che mi spiegavano parola per parola, ogni volta che non riuscivo a capire. Ma anche un compagno che mi ha detto: “Sei nera. Con te non parlo”». «Io non vedevo l’ora di arrivare in Italia» dice Jenifer del Venezuela. «Mio padre è partito per fare il muratore. Mi ha detto: “Per due anni non ci vedremo, ma tu non devi avere paura. Perché dopo staremo insieme in un posto bellissimo». Caracas, Milano, Genova: «Non sapevo nemmeno una parola quando sono arrivata. Mio padre è stato molto bravo. Abbiamo fatto il ricongiungimento famigliare dopo un solo anno».

In terza media c’è una classe con ventuno studenti di origini straniere e tre italiani, ecco uno dei tre: «Mia madre è della Basilicata, mio padre della Campania. Sono venuti a Genova per cercare lavoro. Io sono nato qui. I miei migliori amici sono un nigeriano, un albanese e un marocchino. Mi trovo bene a scuola. Farò il nuotatore o qualcosa nella scienza, mi piace il corpo umano».

Quante storie. Storie infinite. L’una diversa dall’altra. E tutte mescolate dentro un magnifico palazzo storico dei Rolli, in decadenza come quasi tutta l’edilizia scolastica italiana. L’istituto onnicomprensivo Barabino di Genova è una della scuole più multiculturali d’Italia. Se vogliamo dirla con i numeri, in questa grande scuola pubblica italiana, nel quartiere popolare di Sampierdarena, ci sono 1.202 allievi di 24 nazionalità diverse, il 51 per cento ha una storia di migrazione alle spalle. Uno studente su due è quindi «straniero». Ma ecco l’errore. I numeri non sanno della complessità. Chi sono gli stranieri?

Due bambine di Gaza arrivate per farsi curare le ferite dei bombardamenti dell’esercito israeliano. Quattro bambini di Kiev in fuga dalla guerra della Russia contro l’Ucraina. Il 22% dall’Ecuador. Il 5% dal Marocco. Studenti da Perù, Cina, Nigeria. I figli degli operai bengalesi e pakistani che lavorano alla Fincantieri di Sestri Ponente. E ancora, studenti da Romania, Tunisia, Albania. Tutti figli del mondo. Molti dei quali nati qua. Parlano persino il dialetto genovese e non conoscono nemmeno una parola nella lingua del luogo d’origine, eppure non hanno ancora la cittadinanza italiana.

«Non è la parola “straniero” quella su cui si concentrano i problemi», dice la preside della scuola Anna Maria Repetto. «Gli studenti con storie di migrazione alle spalle non sono gli unici a essere poveri, non sono gli unici ad avere bisogno d’aiuto. Noi costruiamo le classi sulla base di un principio di eterogeneità. Cerchiamo di tenere conto di tutto, anche dei background diversi. Noi nelle differenze ci stiamo. Per noi la differenza è un valore».

La dirigente scolastica sta tutto il giorno a presidiare questa frontiera costituzionale. Dove i bambini si incontrano e studiano insieme, indipendentemente dalle loro origini e dalle loro possibilità economiche. Come fate a tenere insieme ventiquattro nazionalità diverse? «Pensando che la scuola deve essere un servizio permanente. Dal mattino alla sera. Pensando che la scuola deve fare parte di una grande rete sociale, di una comunità. Ieri è venuto da noi il maresciallo dei carabinieri per dirci che lui c’è. Stando tutti insieme, solo così esiste la scuola».

«Si tratta di fare un abito su misura», dice la professoressa Iris Saffiotti con delega al «disagio e al superamento dei divari territoriali». «Bisogna capire i bisogni, adattare caso per caso ai protocolli di accoglienza. Bisogna andare a parlare alla famiglie». Ma poi, nel concreto? «Stando qui», insiste la dirigente scolastica Repetto. «Come fanno i nostri docenti, che restano molti anni forse perché trovano un senso nel prendere parte a questa avventura. Presidiando anche i pomeriggi. Partecipando a tutti i bandi europei. Abbiamo ricevuto 800 mila euro in tre anni anche grazie al Pnrr. Tutti soldi che sono stati investiti in corsi d’italiano, in insegnanti di sostegno, in attività pomeridiane e sportive. Abbiamo persino dovuto rinforzare il nostro servizio di segreteria per riuscire a sbrigare tonnellate di burocrazia». Ancora la professoressa Iris Saffioti: «Servirebbero fondi strutturali per una programmazione certa. Servirebbero classi più piccole, al massimo di sedici allievi, e tutte con il doppio insegnante. Questo è il grande sogno per una scuola migliore».

La realtà è che se il tetto degli studenti stranieri fosse abbassato al 30 per cento, ci sarebbero 320 studenti del Barabino a spasso non si sa per dove. I cosiddetti «Nai», i neo arrivati in Italia, gli studenti con maggiori problemi con la lingua italiana, sono stati 69 negli ultimi due anni. Ma tutti sono stati seguiti personalmente. Nell’impegno di portarli a partecipare alle lezioni attivamente. È un lavoraccio, si capisce. «Ma fare delle classi ghetto peggiorerebbe il livello didattico di tutti, perché nello stare insieme anche gli studenti migliori imparano di più», dice ancora la preside.

Lamentele? «Alcuni genitori sono venuti a parlare. Erano preoccupati. Ma ci siamo confrontati e sono rimasti. Io credo perché studiare insieme educa alla convivenza. Perché la diversità è ricchezza». Casi di cronaca nel nome dell’istituto Barabino? «Aprile 2023. Siamo finiti sul giornale per il crollo di un tetto. Per fortuna la classe era vuota. Ma ecco di cosa abbiamo urgentemente bisogno: di strutture nuove».

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