A Milano arriva Giorgia Meloni, decisa a sostenere la Moda che soffre con 60 milioni di clienti persi nel settore del lusso e un boom di ore di cassa integrazione per i lavoratori dei diversi comparti nel secondo trimestre 2026. E se si confronta questo scenario mesto con la sfavillante serata organizzata in Galleria da Vogue, praticamente un circo del privilegio e dell’eccesso, si entra nella sfera del surrealismo. E guarda caso la mostra che a Palazzo reale ieri ha consacrato questa Fashion Week è dedicata proprio al sommo maestro di questa tendenza artistica, Salvator Dalì, che più volte ha sconfinato nel campo della moda grazie anche a Elsa Schiaparelli, una donna che ha fatto della stravaganza un manifesto di libertà e indipendenza.
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Un pranzo di gala ma anche di lavoro visto che al tavolo della Meloni, il 19, erano seduti una folla di imprenditori e ceo. Alla sua destra Carlo Capasa presidente della Camera Nazionale della Moda, alla sinistra l’ambasciatore Usa Tilman Fertitta. L’ambasciatore spagnolo Miguel Ángel Fernández-Palacios è alla fine del tavolo, un placement che sembra essere un preciso segnale diplomatico. Ci sono Brunello Cucinelli, Renzo Rosso, Andrea Guerra, Frederick Arnault, Domenico Dolce, Gildo Zegna, Diego Della Valle, l’ad di Kering Luca De Meo.
La premier sceglie di essere qui, a questa esposizione di opere d’arte con la forma di abiti e accessori, invece che nel front row di qualche stilista, forse anche perché molti brand italiani sventolano ormai bandiera francese. Come Fendi, disegnato da Maria Grazia Chiuri, che ha sfilato ieri con una collezione ispirata da Raffaella Carrà e da Adriano Celentano. Gli anni ’70 e la loro ribellione come rifugio in tempi in cui la restaurazione di antichi codici si riaffaccia potente e prepotente. Perché i grandi della moda fanno endorsement anche solo con un orlo di una gonna accorciato.
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D’altronde Giorgia Meloni è sempre stata chiara sul suo guardaroba sovranista, solo aziende e stilisti nazionali, e ieri a Palazzo reale era in smoking di raso nero firmato da Ermanno Scervino, il suo consigliere estetico. Con lei anche Toni Scervino, socio di Ermanno, nel ruolo di anfitrione nel mondo fashion milanese. Chissà se le avranno raccontato di come questa edizione si sia caratterizzata per degli show provocazione come quello di Diesel trasformato in una festa orgiastica. Forse no. «Ma Giorgia è meno bacchettona di Tajani», assicurano i bene informati.
Se all’estero è normale vedere un premier o una first lady nella settimana della Moda, da noi diventa un evento che fa dire a qualcuno: la situazione deve essere veramente grave. Meloni la testimonial del Made in Italy salvatrice dei fatturati in caduta libera? Lei ci prova. «Ho pensato che fosse particolarmente giusto quest’anno, in un momento che non è facile per il comparto, che però continua a darci grandi risultati, dare un segnale anche fisico di presenza e di vicinanza, non solamente con i provvedimenti, non solamente con le risorse. Avrete visto i 100 milioni per incentivare gli investimenti».

Ad accoglierla a Palazzo Reale Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della Moda. «Apprezziamo molto la vicinanza della premier alla Milano Fashion Week e al Made in Italy e, attraverso la sua presenza alla cerimonia di apertura, l’attenzione delle istituzioni verso un’industria strategica per il nostro Paese». «La moda italiana – sottolinea Capasa – è una grande filiera industriale, apprezzata in tutto il mondo, che rappresenta circa il 5% del Pil e conta circa un milione di occupati. In un momento segnato da forti trasformazioni economiche e geopolitiche, sentire la vicinanza delle istituzioni è particolarmente importante».
Giorgia Meloni all’inaugurazione della settimana della moda interrompe un’assenza dei capi di governo che durava dal 2016, anno in cui fu Matteo Renzi a inaugurare le sfilate milanesi. Ed è proprio il leader di Italia Viva a fare polemica sui social con la presidente del Consiglio che ha delegato Tajani a partecipare all’Assemblea generale delle nazioni unite. Divisi dalla campagna elettorale, Renzi e Meloni sono uniti però dal look, per entrambi firmato da Ermanno Scervino, stilista di opposizione e di governo. La politica è di moda, o forse no.
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