Home Business Benny Morris: “Temo un assassinio politico in Israele. Eisenkot può diventare un bersaglio”

Benny Morris: “Temo un assassinio politico in Israele. Eisenkot può diventare un bersaglio”

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«Storico» è l’aggettivo che accompagna quasi ogni elezione israeliana. Benny Morris, di solito, diffida dell’enfasi. Questa volta però ne è convinto anche lui: il voto del 27 ottobre «potrebbe chiudere l’era Netanyahu» e arriva mentre Israele è ancora dentro il conflitto regionale aperto da Hamas il 7 ottobre di tre anni fa e che, per lo storico, è «una guerra islamista contro Israele, orchestrata dall’Iran e dai suoi proxy».

Storiche, queste elezioni, saranno anche per gli arabi israeliani. Nel 2021 il partito Raam di Mansour Abbas aveva già infranto un tabù entrando, prima formazione araba a farlo, in una coalizione di governo – quella guidata dal tandem Naftali Bennett e Yair Lapid. Questa volta i voti e i partiti arabi possono diventare indispensabili per costruire qualsiasi maggioranza alternativa a Netanyahu. Per Morris, proprio queste elezioni producono «un paradosso»: il 7 ottobre ha spostato Israele più a destra, senza necessariamente rafforzare il premier. Se l’opposizione non raggiungerà la maggioranza, le promesse di non governare con gli arabi potrebbero arrendersi ai numeri. Il musulmano Abbas può quindi diventare indispensabile e lo sa: anche per questo l’ingresso dell’ebreo Yoav Segalovitz come numero due di Raam punta a rendere l’eventuale passaggio politicamente più accettabile. In questo clima, le petizioni per escludere certi candidati e partiti – che accompagnano quasi ogni elezione israeliana – questa volta sono più trasversali. Il Comitato elettorale ha votato per lasciare fuori entrambe le liste arabe e due loro candidati, mentre ha respinto i ricorsi contro i Democratici di Yair Golan, Potere Ebraico di Itamar Ben Gvir e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich. Ora tocca alla Corte Suprema, che in passato ha rovesciato la grande maggioranza di decisioni simili. La battaglia sulle liste è il fronte istituzionale di una campagna elettorale che Morris vede carica di tensione.

Professore, teme che nel prossimo mese prima del voto, la divisione già profonda all’interno della società israeliana possa degenerare?

«Sì, la situazione potrebbe peggiorare notevolmente. Netanyahu e i suoi partner di coalizione sono impegnati a incitare l’opinione pubblica contro i vari leader dell’opposizione. C’è un forte clima di istigazione all’odio. E temo concretamente che qualcuno dei sostenitori di Netanyahu possa tentare un assassinio, proprio come accadde quando Netanyahu incitò la folla contro Rabin, portando poi al suo omicidio nel 1995. Potrebbe succedere la stessa cosa con Eisenkot, Golan o persino Abbas: qualcuno, aizzato da Netanyahu, dai suoi ministri e dagli altri leader del suo partito, potrebbe tentare di ucciderli».

Eppure non trova che le piazze israeliane siano piuttosto tranquille, se non addirittura sonnacchiose?

«Al momento non ci troviamo nella Germania degli anni Trenta… Non ci sono omicidi per le strade… Tuttavia ho il timore che singoli individui armati, o persino gruppi di violenti, possano finire per aprire il fuoco. Soprattutto se dovessero ritenere di perdere le elezioni».

Ha già deciso per chi voterà? E in base a cosa?

«Non ho ancora deciso. Sono orientato a uno dei leader dell’opposizione: Gadi Eisenkot o Yair Golan. Le ragioni sono semplici e in parte dipendono da una valutazione su dove il voto risulterà più efficace e su chi emergerà come leader del blocco di opposizione, in grado di influenzare la linea politica qualora dovesse vincere».

Queste sono considerate le elezioni più decisive nella storia di Israele, eppure secondo i sondaggi, rischiano di non produrre un risultato decisivo. Cosa ne pensa?

«È irragionevole. La corruzione e l’incompetenza del governo Netanyahu, e di Netanyahu stesso, per anni e anni, hanno raggiunto una sorta di apice, durante questa guerra, che avrebbe dovuto spingere la gente a decidere già da tempo di mandarlo via. Per me è logico che non dovrebbe essere lui il prossimo leader di questo Paese. E trovo incredibile che ci sia ancora qualcuno che, con i fatti sotto gli occhi, non sia ancora arrivato a questa conclusione autonomamente».

Tra i leader dell’opposizione, cos’ha Gadi Eisenkot per essersi accreditato come lo sfidante più forte di Netanyahu?

«È il più popolare e quello con maggiori possibilità di batterlo. Credo che possa essere il successore naturale di Netanyahu. Ha la credibilità di un ex capo dell’esercito, ha perso un figlio nella guerra a Gaza e viene da una famiglia mizrahi, di origine marocchina: un elemento che può aiutarlo anche tra elettori tradizionalmente vicini al Likud. Ed è anche per questo che temo possa diventare un bersaglio. Oggi è protetto da guardie del corpo ma non dall’unità dello Shin Bet riservata alle personalità più esposte. Netanyahu l’ha impedito, esponendo così Eisenkot al rischio di violenze o di un tentativo di assassinio».

Sembra però che si stia considerando anche l’eventualità di una coalizione ampia. Le sembra plausibile un governo con Eisenkot e Netanyahu insieme?

«Non credo proprio. Certo, si possono immaginare vari scenari ma non credo che questo sia realistico. Eisenkot non entrerà in un governo con Netanyahu: credo che abbia capito quanto è corrotto, incompetente e interessato solo a se stesso».

Non pensa che gli israeliani siano pronti a oltrepassare anche quel limite pur di sbarazzarsi di Ben Gvir e Smotrich?

«No, non credo. Penso che la maggior parte degli israeliani – e credo che si tratti di una maggioranza – voglia che Netanyahu se ne vada. Questa è la cosa più importante. I sodali di Netanyahu cadranno assieme a lui».

E per quanto riguarda il sostegno dei partiti arabi? È un’altra “linea rossa”?

«È un problema. Netanyahu fomenta da decenni l’ostilità verso gli arabi e la guerra a Gaza ha ulteriormente allontanato l’opinione pubblica ebraica. Eppure Abbas ha mostrato di accettare Israele come Stato ebraico, è contrario a Hamas ed è disposto a restare fuori dalle decisioni sulla difesa e sulla sicurezza. È molto diverso dall’immagine che Netanyahu dipinge».

Ma gli stessi Eisenkot e Bennett hanno escluso un governo con Abbas. Potrebbero ripensarci?

«Se si ritrovassero con 58 seggi e ne servissero altri tre o quattro per governare, potrebbero non avere alternativa. A quel punto sarebbero i numeri a costringerli a prendere Abbas come partner».

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