Un “telefono rosso” fra gli eserciti per disinnescare crisi di ogni genere: il summit di Washington fra Donald Trump e Xi Jinping si chiude nel segno di un pragmatismo frutto della comune necessità di fronteggiare il rischio dell’Intelligenza artificiale che accelera.
Gesti e parole dei due leader descrivono la scelta convergente del realismo fra i protagonisti di una aspra competizione globale sulla definizione del nuovo ordine internazionale. Se Trump sceglie di accogliere l’ospite sulla pista dell’aeroporto, intrattenendolo come un amico di vecchia data nei corridoi della Casa Bianca, coprendolo di lodi personali e impegnando Melania a fare altrettanto con la First Lady cinese è per creare una cornice di intesa personale e politica senza pari durante il secondo mandato presidenziale. E Xi risponde con interventi pubblici e osservazioni private che, andando ben oltre le formalità, descrivono un orizzonte di collaborazione possibile fra i rivali globali al fine di scongiurare, soprattutto, un devastante conflitto diretto.
Da qui l’importanza delle frasi di Xi sulla necessità di evitare la “trappola di Tucidide” – il pericolo di una guerra quando una potenza in ascesa minaccia quella dominante – grazie alla decisione di “garantire un dialogo permanente fra i nostri comandi militari” al fine di “migliorare i meccanismi per comunicare e prevenire le crisi”. In concreto, significa creare fra il Pentagono ed il ministero della Difesa di Pechino un sistema di comunicazione che aggiorna e rafforza il precedente del “telefono rosso” fra Usa e Urss durante la Guerra Fredda con l’intento di gestire ogni possibile crisi e prevenire o disinnescare pericolosi corto circuiti. Il metodo dei contatti diretti fra militari rivali a fini di “de-escalation” viene già applicato su più fronti – da Usa-Russia sull’Ucraina ad Israele-Turchia in Siria – ma lo scenario di Xi va ben oltre perché le forze americane e cinesi, militari o cibernetiche, si confrontano su ogni scenario strategico, fisico o virtuale, terrestre o spaziale, e la possibilità di risolvere situazioni di forte attrito, può avere un impatto positivo non solo sulle crisi geopolitiche ma anche sulla competizione geoeconomica.
Siamo ovviamente ancora lontani da un accordo Usa-Cina stile-Yalta sulla de-escalation globale ma l’impressione è che Trump e Xi condividano l’interesse nel percorso in tale direzione. Non solo perché entrambi sono alle prese con difficili scenari di crisi – la riduzione della crescita per Pechino, le elezioni di Midterm e i conflitti irrisolti per Washington – ma in quanto accomunati dalla consapevolezza di dover affrontare la sfida senza precedenti dell’accelerazione dell’Intelligenza artificiale, che appare destinata ad eguagliare quella umana in tempi assai stretti. Trump adopera oramai la definizione di “Super Intelligenza” e l’unica forma di governabilità di tale rivoluzione è l’intesa con il concorrente cinese così come Xi vede nei giganti della Silicon Valley dei rivali contro i quali anche Pechino appare in affanno, fino al punto da dover cercare un partner alla Casa Bianca. E ancora: gli indici di Wall Street macinano record a ripetizione grazie alla costruzione dei Data Center necessari per sostenere l’IA così come l’industria cinese è all’avanguardia nell’impiego massiccio di robot nelle fabbriche. Ovvero, guerre convenzionali come sull’Iran e competizioni commerciali come sui dazi contano molto per Washington e Pechino, ma gestire assieme il boom dell’IA ha in palio una posta assai più alta: il governo della rivoluzione hi-tech destinata a segnare il XXI secolo come quella industriale nel XIX.
Da qui lo scenario di un “telefono rosso” per arginare le crisi che si moltiplicano, nella consapevolezza però che ve n’è una potenziale assai più pericolosa di altre: Taiwan. Alla vigilia del summit, Xi ha ribadito con chiarezza che vuole appropriarsi dell’isola nazionalista indipendente dal 1949 – nonché cuore della produzione globale di microprocessori – ma è altrettanto evidente che una tale aggressione rischierebbe di precipitare l’Estremo Oriente in un conflitto regionale, dal Giappone alle Filippine, capace di far impallidire l’attuale guerra in Ucraina. Per questo Usa e Cina restano in un pericoloso bilico fra competizione accesa e sfide comuni.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








