Apprendiamo con soddisfazione che alcuni agenti in borghese della Digos, com’è noto da sempre attenti a salvaguardare la nostra sicurezza alla quale attentano continuamente pericolosi sovversivi e jihadisti, hanno provveduto a rimuovere immediatamente uno striscione esposto a Genova.
Siamo particolarmente sollevati, perché sullo striscione era scritto Qui nessuno è straniero. Una comunicazione, ammetterete, dal significato preoccupante e che incute un giusto timore circa le basi e le fondamenta del nostro patriottismo. Come sarebbe, qui nessuno è straniero? Gli stranieri sono necessari, altrimenti di chi dovremmo aver paura? Come riusciremmo a individuare il nemico?
E poi, dove sarebbe questo qui? Certamente un luogo dove si coltivano di nascosto, e in maniera segreta, trame ribelli e rivoluzionarie, e per fortuna che c’è la Digos a vegliare.
In effetti, il luogo dov’è stato esposto lo striscione è una scuola primaria, per gli anziani come il sottoscritto una scuola elementare. La pericolosa affermazione è stata concepita e disegnata da bambini, pur sempre studenti e quindi pericolosi intellettuali, da tenere d’occhio e controllare a vista. Sono loro, i bambini, a pensare che in una scuola primaria non esistono stranieri, e che l’uso corretto della lingua italiana sia in quel luogo un punto d’arrivo e non una barriera in partenza.
Ma non è del principio che ci va di discutere, né del decreto legislativo col quale il governo di questo Paese identifica nel tetto di studenti di origine straniera nelle classi elementari un’assoluta priorità (anzi, questo ci conforta non poco: noi pensavamo che le priorità fossero il prezzo della benzina e il carrello della spesa, ottusi e miopi che siamo!). Quello che ci va di esaminare non è la scritta, ma lo striscione in sé.
C’è stato un tempo, non lontano, che la libera espressione di un gruppo sociale, quale che fosse, poteva estrinsecarsi appunto con uno striscione.
Certo, non doveva recare offese; non doveva essere lesivo della reputazione altrui, e neanche incitare all’odio. Si ricorreva allo striscione negli stadi, con innocenti sfottò, o nelle manifestazioni pacifiche, per declinare i principi che si volevano affermare.
A volte erano firmati, a volte no: ma non facevano del male, esprimevano un’idea, qualcosa di condiviso con la quale si poteva o non si poteva essere d’accordo, ma li si leggeva. E, magari, si rifletteva.
Una bacheca social è un fatto solitario, individuale. Può essere vista nella penombra di una stanza, e rileva se rileva chi l’ha scritta. Uno striscione lo si incontra, ci si imbatte. È un’esigenza di comunicare qualcosa a tutti, non solo a qualcuno, e in quanto tale è sicuramente da salvaguardare.
Non è accettabile che finisca l’epoca degli striscioni. Significherebbe che è finita l’epoca della libera espressione, educata e non violenta.
Crediamo che lo abbia ben presente la (il, chiediamo scusa) presidente del Consiglio, che quando faceva parte della minoranza utilizzava largamente, col suo partito, gli striscioni per riuscire a comunicare le proprie idee, dato il limitato accesso che all’epoca era consentito ai media nazionali.
Ricordiamo un Blocco navale subito e un L’Italia agli italiani, proposti in manifestazioni in cui si affermava un principio ben diverso da quello che i bambini di Genova avevano pensato di mettere sul loro striscione, attaccato al muro della scuola.
Non vogliamo credere che a fare la differenza sia il contenuto. Perché quello dei piccoli studenti genovesi è lo stesso principio affermato da un pericoloso criminale palestinese, che infatti finì piuttosto male. Un paio di migliaia di anni fa.
Ci fossero stati gli striscioni, magari sarebbe finita meglio. Chi lo sa.
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