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Caravaggio, il thriller infinito

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Quando la suora scende le scale per chiudere il cancello della Basilica di Sant’Agostino a Roma, il confuso torpedone di persone lì davanti ondeggia e si scompone ancora di più perché dentro c’è un Caravaggio disponibile agli occhi del mondo e nessuno pensa agli orari delle chiese, soprattutto se deve vedere la Madonna. Grande indicare, gesti ampi per uniformare lingue diverse e dita su mappe disegnate nei telefoni anche se la porta della chiesa ormai è irrimediabilmente chiusa per le successive quattro ore.

Caravaggio pescherebbe tra la gente che lo aspetta innumerevoli modelli. La scena si ripete quotidianamente e risponde subito alla domanda che apre il docu-film sull’artista. Caravaggio è il primo episodio della serie Grandi Maestri (Kublai film) che porta al cinema un’alta definizione fino a qui impossibile. Si parte il 4 ottobre da un interrogativo rivolto al pubblico: «Vi siete chiesti come sarete ricordati?». Caravaggio così, come si vede alla Basilica di Sant’Agostino e a 200 metri di distanza, alla Chiesa di San Luigi dei Francesi, con le persone strette strette di fronte a San Matteo. Una processione laica dentro un luogo sacro. Con chi trova una faccia da dare alla propria fede e chi ha bisogno di umanità, di concretezza. Tutti in cerca di una reazione.

La signora appesa al marmo che fissa la distanza dalla Madonna dei Pellegrini sta in ginocchio, elegante in una devozione dedicata che si ripete. Va lì ogni settimana, eppure il quadro si tiene tutti i suoi misteri e il film riesce persino ad amplificarli: in cinque anni di lavorazione, anche le loro telecamere sono state in queste cappelle, a registrare le facce, lo stupore, i sorrisi, il passaggio, le richieste. O quel banale riconoscersi dentro la raffigurazioni del divino. Non per forza nel ruolo dei santi.

La vita di Caravaggio aiuta a mantenere questa tensione costante intorno al suo nome, la curiosità nei secoli dei secoli. Il film in questo è furbissimo: non svela nessuna verità, però regala nuovi indizi, grazie alla qualità delle immagini. Pochi dettagli raccontati per ogni quadro che sta lì nella sua magnificenza e si lega alle città ma non si attacca al tempo. Caravaggio ha scardinato il lavoro dagli anni in cui lo ha realizzato, per questo è una sorta di divo dell’arte, una star contemporanea dall’esistenza confusa di cui non ha lasciato testimonianza scritta. Solo i quadri, le note delle committenze, l’invidia per un talento così evidente che ha contribuito a diffondere l’idea del pessimo carattere e della condotta ambigua e della violenza latente. Un thriller che è rimasto un segreto. Nessuno sa come sia morto Caravaggio e nemmeno esattamente dove, il corpo non è mai stato trovato, l’unica certezza è che voleva tornare a Roma, città in cui ventenne, alla fine del 1500, è diventato famoso. Città da cui è dovuto scappare dopo aver ucciso un uomo in una rissa e città di cui non aveva davvero bisogno, a differenza di quanto a volte si racconta. Ha avuto successo ovunque sia stato: a Napoli, in Sicilia, a Malta. Così bravo da ingraziarsi sempre nuovi potenti e da garantirsi molta più libertà di quanto sia logico credere. Usava le prostitute per dare un corpo alla beatitudine e certo qualche cardinale ci è rimasto male, eppure i veri rifiuti sono pochi e tutto ciò che è stato respinto ha trovato in fretta un’altra dimensione. Caravaggio è sempre piaciuto, non ha mai smesso di affascinare e intrigare, non è una riscoperta: è una popolarità infinita.


Le due ragazze americane con lo chignon dentro Santa Maria del Popolo fanno foto alla Conversione di San Paolo, anzi, al ragazzo in felpa grigia dalla vaga somiglianza con Keanu Reeves che sta di tre quarti al dipinto, incantato. Lui vorrebbe scattare senza sbaffi di luci artificiale sulla tela perfetta, loro, dietro, hanno trovato l’inquadratura ideale. L’uomo da solo non avrebbe senso e La conversione sullo smartphone non rende, è proprio quella posa, completa, a contenere ciò che serve. Rende semplice il motivo di tanta attenzione. Caravaggio non ha un pubblico, ha il pubblico, una platea totale a cui il film non sente affatto il bisogno di spiegare la tecnica, di definire il chiaroscuro, i tormenti dei vortici di nero, le speranze dei colori che si accendono. Inquadra il particolare e lascia che la trama si sveli quasi da sé, con l’aggiunta di voci mirate e le scene in cui l’attore Jack Bannel diventa il pittore: «La salvezza sarà la mia arte?». Pare di sì.

Gli ultimi quadri sono tornati a Roma, Caravaggio mai o almeno nessuno lo ha più visto, ma il film lo immagina su una barca mentre cerca di avvicinarsi al luogo in cui vuole vivere, per continuare a respirare la stessa aria dei Grandi, per creare dove lo hanno fatto Michelangelo e Raffaello. Si racconta, pochissimo, preferisce interagire, chiedere se ha un senso dipingere la mortalità, ammettere la ricerca di un rifugio e intanto si ascoltano gli esperti che danno anche loro pennellate: concisi cenni storici e tanti piccoli dettagli legati alla visione di capolavori che diventano puntini sulle mappe delle persone. Chiodi fissi. Inviti permanenti.

Mamma e figli adolescenti nella Cappella Contarelli si domandano se Caravaggio vorrebbe oppure no le candele con offerta in zona Martirio di San Matteo. Il signore francese, di lato, cerca di capire se il frate sorridente sta sempre lì, a protezione del trittico, se fornisce informazioni, se previene i vandali, se è un esperto di Caravaggio o si concentra di più sui visitatori. C’è qualcuno con la biografia di Caravaggio, con romanzi sviluppati intorno alle sue presunte notti di vagabondaggio. Chissà quanto reali. Il tedesco con la maglia a righe scrive su un quaderno impressioni che senza avere il quadro davanti non renderanno più la sensazione provata e i due mano nella mano si immaginano gli amori dell’artista: «Gli piacevano gli uomini». Probabile, pure il film fa un accenno al privato, ma non è interessante, conta che due persone abbiano cercato proprio lì un riflesso del loro sentimento. Capita spesso, c’è così tanta vita nei quadri di Caravaggio che non è difficile ritrovarci pure la tua. —

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