Il “Medio Oriente americano”, per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, non esiste più. Lo ha scritto Marc Lynch – politologo statunitense, professore di scienze politiche e affari internazionali alla George Washington University – in un’analisi pubblicata su Foreign Affairs dedicata alla trasformazione degli equilibri regionali.
La lettura dell’analista aiuta a comprendere quanto sta accadendo ora in Iraq, dove, dopo ventitré anni, gli Usa hanno ritirato le ultime truppe. Il ritiro è avvenuto principalmente dalla base aerea di Erbil – nella regione curda semiautonoma – ed è stato celebrato come una vittoria da Teheran e dai suoi alleati.
L’accordo sul ritiro e sulla fine della missione Inherent Resolve però non è una novità, come ha spiegato il Pentagono: era stato raggiunto già due anni fa, nel 2024, sotto la presidenza di Joe Biden, ed è stato attuato dall’amministrazione di Donald Trump, proprio mentre Washington fa guerra all’Iran da febbraio – e, prima ancora, da giugno 2025. La conclusione della missione non segna però la fine della cooperazione militare tra Washington e Baghdad: gli Stati Uniti continueranno a fornire addestramento mirato e supporto di intelligence alle forze irachene. Per Baghdad è un passo verso la piena sovranità nazionale e la partenza degli americani ha incontrato un ampio favore: a Baghdad e Najaf, i militari iracheni hanno sfilato a bordo dei propri veicoli per celebrare il ritiro.
Un residente della capitale, intervistato da Reuters, ha raccontato la gioia per la partenza degli statunitensi, aggiungendo però che ora anche le milizie dovrebbero consegnare le armi e lasciare allo Stato il compito di garantire la sicurezza. Resta comunque il timore che si possa aprire una voragine, e che questa possa rafforzare le milizie sciite sostenute dall’Iran, oltre all’Isis.
Si chiude così un lunghissimo capitolo della presenza militare americana in Iraq, iniziato con l’invasione del 2003 da parte dell’America di George W. Bush: tutti ricordano le immagini dell’allora segretario di Stato Colin Powell che, il 5 febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mostrò una piccola fiala per evocare il pericolo dell’antrace e sostenere le accuse contro Baghdad. E poi i discorsi dell’allora premier britannico Tony Blair che denunciava la minaccia rappresentata dall’arsenale chimico e biologico di Saddam Hussein, arrivando a sostenere che il regime iracheno fosse in grado di impiegare alcune di quelle armi entro 45 minuti dall’ordine. Erano le presunte “armi di distruzione di massa” utilizzate da Washington e Londra per giustificare l’intervento militare del marzo 2003. Armi che, però, non furono mai ritrovate, e le successive indagini non accertarono l’esistenza degli arsenali operativi denunciati alla vigilia dell’invasione. La guerra portò al caos e al rovesciamento del regime di Saddam Hussein: si aprì così una lunga stagione di occupazione e violenze culminata nell’ascesa dell’Isis.
Le truppe americane lasciarono l’Iraq una prima volta alla fine del 2011, sotto la presidenza di Barack Obama, per poi tornare meno di tre anni dopo, nel 2014, per sostenere le forze irachene nella guerra contro l’Isis che nel frattempo aveva conquistato circa un terzo del Paese. Dal 2003, il conflitto in Iraq è costato la vita a circa 4.500 militari statunitensi, ma oggi il Pentagono rivendica i risultati della missione: «Questo traguardo riflette il successo di una campagna durata dodici anni, che ha sconfitto l’Isis come minaccia militare organizzata in Iraq e nell’intera regione». Il punto è ora capire quanto le forze irachene addestrate siano in grado di proteggere il Paese contro la possibile riorganizzazione delle cellule jihadiste e se si possa davvero parlare di un successo: la sconfitta territoriale dell’Isis, infatti, non ha coinciso con la sua definitiva scomparsa. In questi oltre vent’anni l’Iraq ha ricostruito le proprie istituzioni: con la Costituzione del 2005 è diventato una repubblica parlamentare federale, con un governo centrale a Baghdad e una regione autonoma del Kurdistan, nel nord del Paese, dotata di un proprio governo, un parlamento e proprie forze di sicurezza.
L’Iraq però resta attraversato da profonde divisioni politiche tra le principali forze sciite, sunnite e curde. A pagare il prezzo più alto dell’instabilità è soprattutto la popolazione, una parte della quale vive sotto la soglia nazionale di povertà. È a questo Paese, ancora alle prese con le conseguenze di oltre vent’anni di guerre e instabilità, con più di 200 mila morti violente tra i civili, che gli Stati Uniti lasciano ora la responsabilità del proprio destino. E il ritiro americano racconta anche una trasformazione che riguarda l’intera regione: come spiega Marc Lynch, quel Medio Oriente costruito da Washington dopo la Guerra del Golfo del 1991, fondato sulla supremazia militare statunitense, sulla protezione degli alleati arabi e di Israele e sul contenimento dell’Iran, è giunto alla fine. Forse a tramontare non sarà la presenza americana nella regione, ma l’ordine che per oltre trent’anni ne ha regolato gli equilibri
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