Chiara Poggi ha lottato a lungo contro il suo assassino. Dal primo colpo inferto, la 26enne è sopravvissuta almeno 15/30 minuti secondo i consulenti dei pm di Pavia, gli anatomopatologi Cristina Cattaneo e Biagio Eugenio Leone, che sostengono che l’aggressione possa essere durata fino a un’ora. Il nuovo incarico ha permesso ai due esperti di approfondire «mediante nuove indagini immunoistochimiche», cioè attraverso delle tecniche che in passato non esistevano, quanto già ricostruito nella prima fase dell’inchiesta. In particolare, allungare «l’azione omicidiaria» fino a un minimo di 15/30 minuti non è un dettaglio di poco conto. Innanzitutto perché escluderebbe Alberto Stasi dalla villetta di via Pascoli nella mattina del massacro. L’ex bocconiano, unico condannato a 16 anni per il delitto, infatti, per la Cassazione, avrebbe ammazzato la fidanzata in 23 minuti: è il tempo che aveva a disposizione per raggiungere in bici la villetta dei Poggi e poi tornare a casa e mettersi al pc a lavorare alla tesi. Un intervallo, per l’accusa, troppo breve e quindi incompatibile con un’aggressione di almeno 15/30 minuti.
A dimostrare che la vittima avrebbe combattuto a lungo, a differenza di quanto sostengono sentenze e avvocati di Sempio, per i consulenti sarebbero le numerose «lesioni da difesa» sul corpo martoriato. «Tenuto conto della presenza a livello dell’anca, del braccio e della coscia di particolari a componente ferrosa che presentano elementi di compatibilità con quelli rilevati in corrispondenza delle lesioni craniche, e del numero e della distribuzione topografica delle piccole ecchimosi ed escoriazioni riscontrate» per gli anatomopatologi «almeno una parte delle lesioni extracraniche è stata prodotta nell’ambito di una colluttazione o, comunque, di un’azione aggressiva protrattasi nel tempo, durante la quale la vittima avrebbe posto in essere atti di difesa attiva e passiva». Un tentativo di mettersi in salvo che è fondamentale nella ricostruzione dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, perché rende più significativa la presenza del dna riconducibile alla linea paterna di Sempio sulle unghie della vittima.
Per i pm, che lo accusano di aver ucciso Chiara dopo il rifiuto di un approccio sessuale, quello può essere solo il dna dell’aggressore, da cui ha provato invano a difendersi fino alla fine, quando è stata spinta giù dalla scala della cantina e poi colpita ancora lungo i gradini. Proprio su quel muro è stata repertata «l’impronta 33», attribuita al palmo della mano destra di Sempio, «fresca e bagnata» per i Ris dell’epoca. Non si potrà mai stabilire se fosse o meno sporca di sangue perché quel tipo di intonaco, in seguito ai test effettuati nel 2007, inibirebbe la sua rilevazione.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it










