Avvocato Compagna, lei è a fianco della famiglia Poggi da 14 anni, perché ha definito le novità dell’inchiesta «sciocchezze al cubo»?
«Su Garlasco c’è un cortocircuito informativo. Dobbiamo smentire continuamente notizie infondate date in pasto all’opinione pubblica».
Può fare un esempio?
«Quando si è ipotizzato che ci fossero più persone sulla scena del delitto: falso. Quando si è ipotizzato che la cugina della vittima avesse lanciato l’arma nel canale di Tromello: falso. Come sulle presunte tracce delle scarpe Lacoste di Stasi, che non sono mai esistite. È un cortocircuito continuo».
Secondo le nuove indagini, la prova regina contro Alberto Stasi non c’è. O meglio, non ci sarebbe stata se i carabinieri del Ris avessero messo a disposizione tutti i risultati delle analisi scientifiche: niente sangue di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta. Le sembra una piccola cosa?
«Ma non è così. Questo è il fatto. La procura di Pavia ha chiesto per due volte al suo consulente, se su quei pedali ci fosse o meno il Dna della vittima, o se invece si poteva immaginare uno scambio di provette con il cucchiaino della colazione mangiata da Chiara, così come sostenuto dai consulenti di Stasi. Il genetista Previderè ha spiegato che sui pedali c’è il Dna della vittima. Punto».
Quattro esami, ma due negativi. Perché sono rimasti nascosti?
«La ricerca del Dna non funzione attraverso il binomio positivo-negativo, ma attraverso l’identificazioni di tutti gli alleli di un determinato soggetto. Se vengono identificati, quel risultato è insuperabile. È vero al cento per cento. È impossibile che sia un errore: non c’è margine. Non c’è bisogno di contro analisi. La suggestione nasce dalle parole».
Come giustifica quella dimenticanza?
«Nessuna dimenticanza. In tutte le perizie si parla di risultati positivi e negativi».
II carabinieri dei Ris coinvolti negano l’errore. La procura lo ritiene un errore conclamato. Come si può sostenere due versioni opposte su una questione oggettiva?
«Sarebbe bastato fare un incidente probatorio, come avevamo chiesto noi. Così avrebbe deciso un giudice».
Nulla sembra smuovervi. Neppure il fatto che secondo la procura di Pavia un paio di scarpe di Andrea Sempio sarebbe compatibile con le impronte lasciate sulla scena del crimine?
«Il perito dice che “non è impossibile” che un soggetto con il 44 di piedi possa avere indossato delle scarpe numero 42. Dovremmo essere smossi da queste cose?».
La famosa impronta 33 sulla parete?
«È un’impronta non attribuibile a Sempio, collocata in un punto in cui l’assassino non è passato. È totalmente irrilevante».
Il Dna di Sempio sotto le unghie di Chiara Poggi?
«Su questo l’incidente probatorio è stato fatto. Ha stabilito che è un’ipotesi totalmente priva di riscontri affidabili. È un po’ curioso che il Dna incerto, parziale, misto e non ripetuto sotto le unghie sembri oggi più importante di quello da tutti riconosciuto certo sui pedali».
Come stanno vivendo i genitori di Chiara Poggi un simile caos mediatico?
«È talmente assurdo quello che gli capita di sentire, che hanno progressivamente sviluppato una forma di distacco. Si difendono dalle distorsioni mediatiche, ma seguono con attenzione tutti i profili processuali».
Perché il caso Garlasco continua a fare ascolti?
«Purtroppo la verità è nemica dell’audience. L’attenzione mediatica finisce solo per creare opposte tifoserie e obiettivi di carriera per tutti i soggetti, a vario titolo, coinvolti».
Perché siete chiusi a una nuova verità?
«È l’opposto. Più si legge di ipotesi strampalate, più si rafforza il convincimento sulla correttezza del percorso probatorio che ha portato alla condanna di Alberto Stasi».
Qualcuno maligna che sia dura per i genitori di Chiara Poggi ammettere di non aver riconosciuto l’assassino, un amico di famiglia, per tutti questi anni. È questo il problema?
«L’errore di questa storia è che gli italiani si sentono tutti detective. Ma senza conoscere i fatti. La famiglia di Chiara conosce bene le carte».
Altri, ancora più maligni, sostegno che sia un problema di soldi. Ovvero dover restituire ad Alberto Stasi il risarcimento di 700 mila euro ottenuto in sede civile. Cosa risponde?
«È assurdo e offensivo. A chi ha perso una figlia interessa solo sapere chi è l’assassino. Non esistono né questioni di soldi, né questioni psicologiche. Se domani un giudice dovesse stabilire una verità processuale diversa, la famiglia Poggi la rispetterà. Ma per chi conosce le carte è impossibile che questo accada».
Il rinvio a giudizio di Sempio sembra vicino. La famiglia Poggi seguirà il processo?
«Noi siamo in attesa dell’istanza di revisione a Brescia. Ci auguriamo che in quella sede si possa porre fine in modo definitivo alle improprie ricerche di un colpevole alternativo».
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