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I passeggeri del volo Tel Aviv: “Yaniv è balzato dentro la cabina e l’ha legato con le cuffiette”

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Miriam pensa a sua madre Yasmin che la sta aspettando all’aeroporto Ben Gurion, mentre inizia a cantare lo Shema Israel. È la preghiera del mattino e della sera. È anche quella che si recita in punto di morte. «Non posso morire, sono rimasta la sua unica figlia», pensa in quei momenti di terrore. Itamar, soldato della brigata Golani, è stato ucciso a Kissufim il 7 ottobre dai terroristi di Hamas. È il motivo per cui la ragazza di 23 anni sta tornando in Israele: stringersi ai suoi cari durante la commemorazione del fratello morto.

Sul volo da Dubai a Tel Aviv, finito in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita, chi è seduto davanti capisce subito la gravità della situazione: sente le urla, vede il sangue. Tutti insieme, invece, i passeggeri si accorgono quando l’aereo inizia a precipitare.

All’inizio, Almog Italie, crede che sia una turbolenza, violentissima. A Reuters descrive vuoti d’aria e momenti di stabilizzazione. Davanti osserva il movimento concitato di passeggeri e personale di bordo. Nelle file, racconta, ci si dà manforte, si riesce a mantenere la calma, ci si aiuta.

L’istinto dei genitori è di tranquillizzare i bambini anche se, loro stessi, temono il peggio. «Non vogliamo morire», ripetono le figlie di Tzvika Manes, uno dei tre israeliani che eroicamente sono intervenuti e hanno portato il volo in salvo.

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Daniel racconta ai media che la picchiata e l’avvitamento sono durati forse due o tre minuti, ma a lui sono sembrati «un’eternità». In quei momenti pensa: «È finita. L’11 settembre si ripete». Non ha dubbi che si sia trattato di un attentato. E anche dopo che i tre connazionali, i suoi nuovi «eroi», neutralizzano la minaccia, non si sente sicuro che il pericolo sia finito. Vede i due assistenti di volo completamente sopraffatti e in preda al panico. Tra i passeggeri circola il sospetto che siano complici e, a coppie, li sorvegliano. Fuori dal finestrino, durante la tratta in emergenza, altri 55 lunghissimi minuti, vede soltanto deserto: «E se ci stessero dirottando in Iran?», si chiede. La sensazione è mista, oscilla tra il sollievo e la paura dell’abbandono.

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Foto e video vengono trasmessi dai passeggeri a bordo quasi in diretta. In un filmato girato pochi istanti dopo la colluttazione a bordo, un passeggero con il volto insanguinato parla direttamente alla telecamera. È Yaniv Hayun, il secondo eroe della storia, che ha immobilizzato l’aggressore con i cavi delle cuffiette di bordo. Dice che sull’aereo c’è stato un dirottamento, che gli aggressori sono stati neutralizzati e che il velivolo sta per atterrare. Poi lancia un appello: «Chiunque mi senta, abbiamo bisogno di aiuto». Aggiunge che stanno scendendo verso un luogo «sconosciuto» e «non familiare». Ha la freddezza di precisare che a bordo stanno tutti bene, tranne il comandante, rimasto ferito.

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All’arrivo a Tabuk, i passeggeri trovano medici a offrire assistenza e poliziotti a soccorrerli e accoglierli con cibo e acqua. Almog Italie manda rassicurazioni a casa attraverso i media israeliani: «Si stanno prendendo cura di noi», dice a Channel12. Ma lo smarrimento non scompare. È grande l’incertezza su come tornare a casa. Assaf Rajwan, il terzo protagonista del salvataggio, racconta che molti esitano all’idea di salire a bordo di un altro volo Flydubai. Chiedono risposte, pretendono controlli approfonditi sull’equipaggio. Dalia, invece, è pronta a partire: «Vuole solo riabbracciare noi e i nipoti», assicura Ofir Shpigel, che risponde al telefono a La Stampa da Israele. La signora, sui 70 anni, tornava dalla Thailandia con un’amica e Dubai era lo scalo verso casa, nel Nord di Israele. «Mi ha detto – aggiunge suo figlio – che a bordo si sono accorti tutti che stava succedendo qualcosa. L’aereo è precipitato per un momento, ed è stato spaventoso». Shpigel, 53 anni e un lavoro nella comunicazione e nella gestione delle crisi, dopo il 7 ottobre 2023 è diventato il portavoce del kibbutz Nahal Oz. La comunità, devastata dall’assalto di Hamas, ha avuto undici ostaggi tra i residenti e lui ha lavorato con le loro famiglie. Alcuni sono tornati, altri no. Forse anche per questo non ha dubbi di interpretazione sulle intenzioni del co-pilota omanita: «Ha cercato di uccidere mia madre e gli israeliani sull’aereo». Gli chiediamo cosa pensi del tempismo, a meno di una settimana dall’anniversario del 7 ottobre e a poche settimane dalle elezioni israeliane: «Non voglio parlare di politica».

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Ironicamente, il posto dove i passeggeri si sono finalmente sentirsi al sicuro è l’Arabia Saudita, il grande Paese arabo con cui Israele non ha ancora relazioni diplomatiche: «Spero di poterci andare anch’io, un giorno, per dire ai sauditi: grazie per aver salvato mia madre».

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