Home Business Flessibilità, Meloni preme sull’Ue. Si tratta sui fondi anti-inflazione

Flessibilità, Meloni preme sull’Ue. Si tratta sui fondi anti-inflazione

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A prima vista, la risposta che un portavoce della Commissione europea ha dato all’ulteriore richiesta di flessibilità del governo italiano potrebbe sembrare “una porta in faccia a Meloni”, come si sono affrettati a sottolineare gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle. In realtà, fonti Ue ammettono che la questione sollevata sul nodo dell’inflazione nel nuovo Patto di Stabilità «è un tema». E l’Italia si appresta ad affrontarlo con un alleato importante: il presidente dell’Eurogruppo, pronto a sostenere le ragioni italiane.

Per leggere meglio i messaggi arrivati da Bruxelles è utile riannodare il filo della giornata. Ieri mattina, durante il consueto briefing quotidiano, la Commissione europea è stata interrogata sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità per far fronte alla crisi energetica. «In realtà, abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri», ha replicato la portavoce Paula Pinho, lasciando trasparire una certa chiusura.

Nessuno spazio ad altra flessibilità

Poi ha passato la parola al funzionario responsabile degli affari economici, che ha aggiunto: «C’è effettivamente un’iniziativa molto importante sul tavolo fin dall’inizio dell’estate: abbiamo esteso l’ambito di applicazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, prevista inizialmente per la difesa, anche all’energia, proprio per offrire agli Stati membri margini di manovra fiscale necessari ad adottare misure di risposta alla crisi energetica che stiamo affrontando attualmente».

La risposta è arrivata quando ancora la lettera non era stata spedita da Roma (è arrivata nel tardo pomeriggio), dunque i portavoce della Commissione si sono limitati a sottolineare l’ovvio: la flessibilità per le spese energetiche è già stata concessa con la clausola di salvaguardia, tra l’altro proprio su richiesta dell’Italia. Dunque, non c’è spazio per ulteriore flessibilità. Il fatto è che la missiva scritta da Palazzo Chigi, di concerto con il Tesoro, non punta in questa direzione, ma va a toccare uno dei nodi del nuovo Patto di Stabilità, che diversi esperti avevano già sollevato nei mesi scorsi. Una questione «puramente tecnica, che però diventa di sostanza», come ha spiegato il ministro Giancarlo Giorgetti.

Margini più stretti

Il punto è questo: con le nuove regole di bilancio, il parametro con cui Bruxelles misura il rispetto dei vincoli non è più il deficit strutturale, ma il tasso di crescita della spesa primaria netta. Dal calcolo della spesa sono esclusi gli interessi sul debito, le componenti cicliche per i sussidi di disoccupazione, le misure una tantum e le spese per co-finanziare i programmi Ue. Ma c’è un problema: il tetto della spesa è stabilito in termini nominali e quindi, in un periodo di forte inflazione come questo, i margini per i governi diventano più stretti ed è dunque più facile sforare.

«I percorsi di spesa netta concordati nel quadro fiscale europeo lasciano spazio limitato per alleviare l’impatto su famiglie e imprese», ha scritto Meloni nella lettera a von der Leyen, entrando negli aspetti più tecnici della questione: «Il tetto massimo della crescita netta della spesa è fissato in termini nominali e, di conseguenza, potrebbe non includere pienamente l’impatto di bilancio dell’inflazione che supera materialmente le proiezioni alla base del percorso concordato» e quindi «la spesa pubblica potrebbe aumentare a causa dei meccanismi e processi di mercato fuori dal controllo del governo».

La posizione italiana

L’esempio più significativo, secondo Meloni, «sono i pagamenti pensionistici, che sono collegati, seppur con un ritardo temporale, ai prezzi al consumo». In totale, «nel caso italiano, l’insieme delle spese direttamente colpite dall’inflazione, che superano le proiezioni alla base del piano di bilancio equivale al 20,4% del Pil».

L’inflazione, quindi, «dovrebbe essere valutata come un fattore rilevante dalla Commissione», ha chiesto Giorgetti, che ha spiegato di aver «già affrontato questo discorso con gli altri colleghi». Uno di questi potrebbe rivelarsi un alleato di peso. Il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, di mestiere fa anche il ministro delle Finanze greco. E il suo capo del governo, Kyriakos Mitsotakis, ha scritto anche lui una lettera a Ursula von der Leyen sostanzialmente per chiedere la stessa cosa di Meloni.

I prossimi appuntamenti

Ovviamente il ruolo di presidente dell’Eurogruppo impone a Pierrakakis di essere neutrale, ma evidentemente le esigenze del governo di Atene non possono non influenzare la sua posizione. Visto che spetterà a lui far quadrare i conti. I ministri delle Finanze ne discuteranno tra giovedì e venerdì della prossima settimana a Lussemburgo, dove sono in programma le riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin. Il confronto tra i rappresentanti dei governi servirà per dare la linea al commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, che il prossimo mese sarà chiamato a valutare le manovre finanziarie presentate dagli Stati membri.

Meloni è intenzionata a portare il tema anche al Consiglio europeo del 15-16 ottobre perché «la questione non riguarda solo l’Italia, ma tutti gli Stati membri». La partita vera e propria è ancora da giocare e bisognerà superare il muro dei Frugali. Ma se la linea greco-italiana dovesse prevalere, Ursula von der Leyen non potrà far altro che dare mandato ai suoi tecnici di valutare i conti italiani (e non solo) con un approccio più elastico.

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