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Vilas: “Tutti i partiti sfruttano la crisi abitativa. In 8 anni al potere Sánchez non l’ha risolta”

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«Un’analisi lucida, in questo momento così emotivo, è davvero complessa». È la premessa che Manuel Vilas, scrittore spagnolo in libreria con il suo ultimo romanzo “Se non ho nessuno accanto il mondo si fa tenebra” (Guanda), fa al telefono da Venezia. Poi aggiunge, amareggiato: «L’attuale panorama politico, in Spagna, è desolante. Tutti i partiti stanno provando ad approfittare di un problema gravissimo, quello dell’accesso alla casa, senza alcuna volontà di risolverlo».

Eppure il governo ha presentato due decreti, poi bocciati dal Congresso.
«Negli ultimi giorni è aumentata la polarizzazione del dibattito. Da un lato c’è stata una demonizzazione, giusta, dei fondos buitres (fondi di investimento speculativi, ndr). Dall’altro, gli economisti hanno fornito dati secondo cui il 92% del mercato degli affitti è gestito da proprietari che hanno al massimo due case: la seconda è una forma di investimento per fare fronte alle pensioni ridicole».

Quanto è grave la crisi abitativa in Spagna?
«In grandi città, come Madrid, è una vergogna. Per affittare un monolocale dignitoso, in quartieri non centrali, che abbia finestre possono servire anche duemila euro. Una follia. L’ho provato sulla mia pelle perché di recente ho acquistato casa».

Nel 2003 il partito catalano Junts aveva dato il via al governo dopo aver incassato l’amnistia per il referendum indipendentista. Ora è il responsabile della crisi di governo. È un tradimento?
«Junts deve fare fronte a una cannibalizzazione dei consensi, in Catalogna, da parte dell’estrema destra di Aliança Catalana. Così prova a spostarsi a destra. In Catalogna si sta vivendo uno scenario che sarebbe comico se non fosse inquietante: l’ossessione contro i migranti fa andare d’accordo Junts e Aliança, partiti divisi dalla loro opposta identità nazionalista».

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Le mobilitazioni di massa di questi giorni possono favorire il premier Sánchez?
«Senza dubbio. Ma si tratta di proteste molto emotive, non so come possano tradursi in termini di voto. La classe media, il vero ago della bilancia nelle elezioni spagnole, non era in piazza. Il premier sta cavalcando le proteste per fare in modo che si identifichino nella sua lotta».

Il premier spagnolo è celebrato all’estero come ultimo leader socialista in Europa, mentre in patria è criticato dagli stessi elettori di sinistra. Perché?
«Ieri parlavo con un’amica italiana, provando a spiegare questa contraddizione con una battuta: “Tu con Sánchez non ci dormi, noi sì”. Chi si considera progressista, poi, deve affrontare un problema matematico: accettare che in otto anni in cui è rimasto al potere, il premier socialista non ha risolto il problema della crisi abitativa».

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Crede che farebbe bene a convocare elezioni anticipate?
«I decreti che ha provato ad approvare potrebbero essere il suo salvagente politico. In questo momento ha l’emotività della piazza dalla sua parte. Ma, essendo una spinta irrazionale, potrebbe perderla nel giro di quindici giorni, forse meno».

In tutti questi anni Sánchez ha superato scandali di diversa natura, riuscendo sempre a uscire dall’angolo. Ce la farà anche stavolta?
«A volte sembra avere poteri soprannaturali. È una sorta di James Bond della politica: quando appare spacciato, ricompare. Ora bisognerà capire come penserà di andare avanti. Non so se – come è quasi certo, conoscendolo – si ricandiderà come presidente del governo o lascerà la politica spagnola accettando un ruolo di prestigio internazionale».

Il Partito popolare guida i sondaggi e potrebbe avere i numeri per governare insieme all’ultradestra di Vox. La Spagna sarà la nuova tessera del “mosaico nero” dell’Europa?
«È uno scenario probabile. Il grande capitale politico della destra estrema sono i proclami contro l’immigrazione, tema che preoccupa la maggior parte dei cittadini. Ma se Vox proverà a fare passi indietro sui diritti, la società spagnola non lo permetterà. Il matrimonio omosessuale, l’eutanasia e l’aborto dovrebbero essere temi accettati da tutti, senza alcun dibattito. Il problema, a destra, però è un altro».

Quale?
«Non esistono più leader liberali che entusiasmino gli elettori moderati. Oggi per far fronte all’emorragia di voti il Pp sta radicalizzando il suo discorso, appiattendosi sulle posizioni estremiste di Vox».

Un problema che sembra comune a molti Paesi europei.
«Viviamo purtroppo tempi in cui l’egolatria si è impossessata dei leader politici, più attenti al culto della personalità che al bene comune».

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