Home Business La nuova rivoluzione industriale a Wave: “Macchine sicure e AI europea per...

La nuova rivoluzione industriale a Wave: “Macchine sicure e AI europea per non dipendere dai colossi stranieri”

0
2

L’intelligenza artificiale deve sporcarsi le mani con le macchine. La rivoluzione dei robot passa da Torino. Alle Ogr, durante l’evento Wave by Vento, il futuro dell’industria manifatturiera prende forma fondendo software e acciaio. Elisa Seghetti guida Saturn Dynamics, startup che unisce algoritmi avanzati e robotica pesante. L’obiettivo è riportare l’Europa al centro della catena del valore globale. «L’Italia è la nazione con il più alto numero di robot pro capite dispiegati, ma questi dati proprietari restano inaccessibili a statunitensi e cinesi», spiega la ceo. Una sfida che intreccia geopolitica, finanza e produttività, essenziale per competere.

Perché il capoluogo piemontese rappresenta uno snodo per Saturn Dynamics?

«Siamo una delle startup in cui il fondo Vento ha investito e questo rappresenta il loro evento cardine. L’ecosistema che gravita attorno a Vento ci offre un’occasione unica per entrare in contatto con i responsabili del settore industriale e con investitori che in altri contesti risulterebbero inaccessibili. Abbiamo beneficiato di un ambiente strutturato per facilitare queste connessioni in modo organico. La scelta di Torino risponde a una logica strategica e industriale precisa. Io stessa sono cresciuta in questa zona, ho studiato ingegneria al Politecnico e conosco il tessuto produttivo. La nostra startup si occupa di intelligenza artificiale fisica legata alla manifattura industriale, per promuovere una rinascita produttiva europea. Torino rappresenta uno dei poli industriali di maggior peso in Italia. In particolare, il comparto automobilistico e quello aerospaziale costituiscono il nostro mercato di riferimento. Abbiamo voluto incontrare i vertici delle aziende strategiche del territorio, avviando collaborazioni in un contesto essenziale per competere sui mercati globali».

A livello globale il dibattito sull’AI fisica abbonda di annunci. Dov’è l’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina?

«Viviamo una fase dominata dal rumore di fondo. Abbondano le dimostrazioni e le sperimentazioni, ma risulta complesso distinguere le applicazioni pronte per la produzione dalle simulazioni costruite su misura o teleguidate. L’ecosistema globale deve convergere verso una trasparenza maggiore, trovando metriche condivise per misurare i progressi effettivi in modo collettivo. Quello che ha funzionato nel campo dell’elaborazione del linguaggio e della visione artificiale è stato l’allineamento degli operatori su standard chiari. Nell’intelligenza artificiale fisica questa convergenza appare ancora sfocata».

Cioè?

«L’Europa detiene un potenziale inespresso enorme. Siamo la regione con le linee di produzione aziendali di maggior livello. L’Italia esprime la nazione con il numero più alto di robot pro capite installati. Il paradosso risiede nella gestione delle informazioni. Possediamo una fonte inesauribile di dati proprietari industriali, ma restano inaccessibili agli operatori americani e cinesi. Scontiamo una carenza di capacità di calcolo unita alla gestione strutturata del dato. Il nostro vantaggio competitivo langue senza un ecosistema condiviso in grado di unire l’hardware con intelligenze artificiali di nuova generazione».

Quali le priorità per un’Europa deve affrontare per evitare il declino tecnologico?

«Serve una revisione profonda delle strutture societarie europee. Da giovane azienda abbiamo supportato l’idea di una singola modalità di incorporazione per le società a livello continentale. Risulta impensabile competere sui mercati globali gestendo centocinquanta regimi Iva differenti o innumerevoli burocrazie locali, un ostacolo per ogni investitore. Questo frammenta le risorse».

Poi?

«La seconda priorità riguarda il controllo cibernetico e fisico. Una tecnologia critica immessa sul mercato alle regole di una nazione non alleata richiede lo sviluppo di un’alternativa tangibile sui nostri territori. Non possiamo affidarci a sistemi fisici in cui le intelligenze artificiali fuggono dal nostro controllo. Mettiamo hardware sulle linee produttive, serve una intelligenza artificiale sovrana».

Infine?

«Il terzo pilastro è il talento. Le politiche di trattenimento delle risorse umane risultano cruciali per la competitività. Non dobbiamo costringere le aziende a trasferirsi negli Stati Uniti per poter scalare i propri modelli di business. Dobbiamo trattenere il capitale intellettuale, offrendo infrastrutture, regole snelle e capitali adeguati alla crescita».

Esiste una narrazione radicata secondo cui le imprese europee difettano di scalabilità. È d’accordo?

«Dissento da questa impostazione. I nostri partner industriali lavorano con una prospettiva di scala dal primo giorno. Quando progettiamo l’implementazione di un sistema robotico avanzato su una linea di produzione, l’obiettivo dei clienti è replicare la soluzione in tutti i loro stabilimenti, che si trovino negli Stati Uniti, in Brasile, in Italia o in Francia. L’approccio alla scalabilità è integrato nel pensiero industriale europeo in modo sistemico. Il nodo critico si annida altrove e riguarda la velocità di esecuzione associata alla propensione al rischio. Esiste un approccio culturale che frena l’adozione celere delle tecnologie».

Ovvero?

«Manca la rapidità necessaria per trasformare i prototipi in standard produttivi in tempi brevi, con le aziende che si fermano a misurare i rischi e allungano i tempi di delibera. Abbiamo le competenze per scalare le innovazioni, ma serve uno scatto decisionale per non restare intrappolati in cicli di approvazione infiniti. Sulla scalabilità pura non temiamo confronti, ma senza la capacità di eseguire il piano in tempi contratti rischiamo di perdere terreno a favore di chi muove capitali e macchine a un ritmo superiore».

La protezione dei dati industriali si scontra con la necessità di alimentare gli algoritmi in tempo reale. Quale architettura tecnologica garantisce sicurezza e sovranità?

«L’opacità dei sistemi di terze parti rappresenta un rischio sistemico. Chiudere i dati all’interno dei perimetri aziendali diventa una necessità strategica inviolabile. Lavoriamo su due livelli distinti di elaborazione. Il primo è il perimetro locale, l’edge computing, dove tutte le informazioni critiche per i movimenti del robot e per la sicurezza vengono elaborate sul posto, senza mai uscire dalla fabbrica. Il secondo livello è il cloud, destinato alla condivisione di flussi di informazioni utili a migliorare le prestazioni del modello generale. La gestione dell’infrastruttura remota diventa complessa a causa della dipendenza da fornitori esterni».

Nessuna facile concessione?

«I dati sensibili, l’identità del prodotto e il bagaglio di conoscenze industriali dell’azienda non possono finire in ecosistemi dove disperdono il valore proprietario a vantaggio di terzi. Le aziende manifatturiere non cederanno mai le informazioni che spiegano come costruiscono i loro manufatti. Nel campo dell’intelligenza artificiale fisica possediamo meno del 2% delle nozioni necessarie per un addestramento ottimale dei modelli, e questo ci tiene lontani dai volumi richiesti. La sovranità su questa infrastruttura deve rimanere in Europa, protetta da fughe di informazioni industriali».

L’impiego di macchine guidate da reti neurali impone interrogativi sui protocolli di sicurezza. Come si gestisce il rischio operativo?

«I protocolli di sicurezza tradizionali devono evolvere. Nel mondo della robotica industriale classica, le macchine vengono certificate per operare all’interno di gabbie, separate dagli operatori umani. L’immissione di intelligenza artificiale a bordo di hardware progettato per altri scopi crea un divario di sicurezza inaccettabile. Non posso considerare affidabile un sistema concepito per compiti ripetitivi se gli affido un cervello artificiale senza garanzie. Il paradigma va ribaltato».

Come?

«Dobbiamo progettare macchine fisiche con limiti strutturali intrinseci, incapaci di nuocere all’essere umano a livello hardware, per poi dotarle della componente software avanzata. I decisori devono definire criteri di misurazione concreti per certificare l’affidabilità di questi sistemi intelligenti. In Europa dobbiamo superare un limite culturale e smettere di osteggiare il successo o condannare il fallimento, promuovendo i test su soluzioni audaci. Per mitigare i rischi serve trattenere i talenti migliori, pagarli con retribuzioni in linea con il mercato internazionale e metterli nelle condizioni di sviluppare tecnologie sicure, senza rincorrere direttive esterne».

Il concetto di intelligenza artificiale generale evoca scenari complessi. Quali traguardi avete osservato e come si inserisce la sostenibilità dei centri di calcolo?

«Abbiamo raggiunto traguardi simili alla singolarità in domini specifici e strutturati. I compiti dove la risposta risulta verificabile offrono uno spazio in cui gli algoritmi operano con autonomia e precisione assolute. Il confine si sposta nei domini aperti, dove le variabili non seguono schemi predefiniti. Sotto il profilo ecologico, affrontiamo un problema reale e tangibile. L’impatto ambientale dei grandi centri di elaborazione dati è gravoso e in crescita».

Come se ne esce?

«C’è stata una spinta verso la democratizzazione dell’accesso agli strumenti generativi, ma il costo energetico legato all’addestramento dei modelli mastodontici resta un tema aperto che richiede interventi. La distribuzione dell’intelligenza sui dispositivi periferici offre una soluzione parziale ma efficace. Portare la capacità di calcolo all’interno dei robot, riducendo la dipendenza dal trasferimento continuo di dati verso i server centrali, ottimizza i consumi e migliora l’efficienza della singola macchina. L’obiettivo ultimo è far convergere la necessità di automatizzare le linee produttive con il rispetto dei vincoli ambientali condivisi».

I prossimi passaggi strategici e operativi di Saturn Dynamics per consolidare la posizione sul mercato globale?

«La traiettoria di sviluppo si articola su tre assi di crescita precisi. Il primo riguarda l’architettura tecnologica. Tutto il lavoro di ricerca e sviluppo condotto in scala ridotta sui bracci robotici deve essere trasferito e scalato su sistemi più complessi e su piattaforme umanoidi, garantendo la medesima precisione e affidabilità industriale».

Solo questo?

«No. Il secondo asse è la squadra. Contiamo quindici persone di eccezionale valore basate a Londra, un gruppo eterogeneo che intendiamo espandere nei prossimi mesi per sostenere i ritmi di produzione previsti. L’ingegneria europea vanta profili straordinari che vogliamo attrarre nel nostro progetto a lungo termine. Il terzo asse coinvolge l’espansione commerciale».

Come?

«Abbiamo avviato le prime implementazioni pratiche all’interno degli stabilimenti produttivi dei nostri clienti e puntiamo a estendere la nostra presenza in Europa e negli Stati Uniti in tempi brevi. Per sostenere questa espansione su larga scala, stiamo strutturando un nuovo piano per attrarre capitali. Dopo aver concluso due cicli di finanziamento con investitori di primo piano, prevediamo di aprire una terza fase di raccolta fondi entro la fine del 2027 per portare le nostre macchine in tutto il mondo».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it