Venticinque anni sono una vita. È il tempo passato dall’incidente di Linate dell’8 ottobre 2001, quando alle 8.10 un aereo di linea della Scandinavian Airlines diretto a Copenaghen si scontrò con un Cessna entrato per errore in pista a causa della nebbia fitta. L’impatto uccise gli occupanti del Cessna e danneggiò l’aereo diretto in Svezia, che si schiantò contro un edificio di smistamento bagagli.
Morirono in 118. Tra i passeggeri non sopravvissuti del volo diretto in Svezia c’era Osvaldo Rossello di Arluno, in provincia di Milano. A riconoscerne il corpo fu la figlia Francesca, all’epoca 22enne. Di quella giornata dice di ricordare «ogni singolo avvenimento», a partire dal giorno prima con le battute sul morire durante il viaggio e i ripensamenti sul partire per un dolore alla gola.
Oltre alla memoriaè rimasto però l’impegno che il comitato 8 ottobre, poi diventato la Fondazione 8 Ottobre 2001 – Comitato 8 Ottobre ha portato avanti, riuscendo a implementare la sicurezza nei sistemi aeroportuali oltre che la gestione di prima accoglienza e supporto emotivo ai parenti delle vittime.
L’ANNIVERSARIO
Venticinque anni fa l’apocalisse a Linate: 118 morti, il peggior dramma aereo in Italia
Francesca Rossello, quella dell’8 ottobre 2001 è stata la prima e la più grande tragedia aerea d’Italia. Per tutto il Paese è una data diventata giornata nazionale, per voi è stato uno spartiacque.
«Tutto è iniziato quando abbiamo sentito le prime notizie al tg. Dentro di noi avevamo già capito, aspettavamo di sapere quello che già sapevamo, ma speravamo comunque di sentire qualcosa che potesse farci ricredere. Mio papà Osvaldo non è stato trovato subito perché al momento dell’impatto non indossava la giacca con i documenti e i cinque giorni passati tra l’incidente e il riconoscimento li ho vissuti nella speranza che lo ritrovassero intero».
Questo anche perché avete ricevuto notizie confuse?
«In aeroporto siamo stati chiusi in un hangar con tante voci che ci dicevano cose opposte. C’era chi parlava di superstiti portati in ospedale, chi diceva che tutti erano morti carbonizzati e chi diceva che “avrebbero dovuto aprire l’aereo come una scatoletta di tonno” da quanto era mal ridotto. Noi non avremmo dovuto sentire quelle cose».
Vi siete sentiti abbandonati?
«Abbiamo subito gli effetti della totale incapacità di gestire l’emergenza, sia dal punto di vista tecnico che umano. Non ne faccio una colpa a nessuno, ma noi ne abbiamo pagato lo scotto in un momento in cui eravamo sotto choc e vulnerabili».
È proprio da queste mancanze, però, che è nata l’idea della fondazione, che collabora con Enac, Enav e ha contribuito alla formazione del personale aeroportuale nel Paese, fino alla creazione con l’Enac di un documento di buone pratiche su come rapportarsi ai familiari di chi rimane coinvolto negli incidenti.
«Da subito abbiamo capito che i nostri cari non dovevano essere morti invano e che quella dell’8 ottobre era stato il primo incidente e il più grave, ma che non sarebbe più dovuto succedere. La task force della fondazione partecipa a tavole rotonde in tutto il mondo e in questi anni sono stati fatti passi avanti nella sicurezza degli aeroporti, con più attenzione alla segnaletica radar, di terra e alle comunicazioni con la torre di controllo. Il 30 settembre abbiamo incontrato il presidente Mattarella che si è congratulato con noi per l’impegno di questi anni e i risultati raggiunti».
Oltre alla tecnica, è cambiato il modo di comunicare con i familiari?
«Dopo l’incidente siamo stati ascoltati da psicologi e psichiatri che hanno preso le nostre esperienze come esempio ed è stato elaborato un metodo ad hoc per situazioni come quella che abbiamo vissuto. La fondazione partecipa alle simulazioni per addestrare il personale nella gestione dei familiari. Ci hanno additato di voler far sembrare le nostre perdite più importanti delle altre, ma il nostro intento era cambiare le cose e fare in modo che non accada più, negli aeroporti e in qualsiasi altra infrastruttura».
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