Home Business Nuova legge elettorale, la partita giocata dalla Consulta e l’arbitro al Colle

Nuova legge elettorale, la partita giocata dalla Consulta e l’arbitro al Colle

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Adesso tocca alle istituzioni parlare. La Corte Costituzionale e il Capo dello Stato, ai quali non a caso anche i vincitori di ieri guardano con un certo timore. Quando si sarà diradato il fumo della battaglia – una delle più dure combattute in questa legislatura – saranno i giudici di Palazzo della Consulta e il loro dirimpettaio del Quirinale a dire l’ultima parola. Con due compiti diversi ma convergenti: mentre infatti la Corte, esprimendosi sulla legge elettorale, darà o no il via alla campagna con o senza le nuove regole, Mattarella dovrà condurre ordinatamente la legislatura alla fine, esercitando fino in fondo il suo compito di arbitro tra due delle coalizioni più rissose mai viste prima.

I punti della legge che verranno sottoposti alla Consulta già si conoscono: la limitazione della presenza delle donne nelle liste e conseguentemente in Parlamento; il numero eccessivo di firme da raccogliere, per partecipare alla corsa, per le formazioni politiche non presenti in Parlamento; il nome del candidato premier che le coalizioni dovrebbero obbligatoriamente scrivere sul testo del programma, limitando così il potere del Presidente della Repubblica di sceglierlo; il premio che al Senato, come alla Camera, viene assegnato su base nazionale, mentre la Costituzione prevede che lo stesso Senato sia eletto su base regionale. Paradossalmente, se la Consulta dichiarasse incostituzionali tutti questi articoli, lo Stabilicum, o Melonellum che dir si voglia, non esisterebbe più.

Ma non è detto che sia l’obiettivo dei giudici, che ad esempio, intervenendo sulla riforma delle autonomie rafforzate, formalmente l’hanno lasciata in piedi, anche se con una ventina di modifiche richieste l’hanno in sostanza affossata. Meloni poi, almeno sui primi due punti, medita un nuovo intervento che preveda una suddivisione 60-40 per cento anche per i capilista, che teoricamente, con il testo attuale, potrebbero invece essere tutti uomini; e per le firme, con una riduzione da 300mila a 75mila e perfino a zero, in certe circostanze, per eliminare il fumus di esclusione di alcuni partiti neonati e per ridurre il lavoro dei giudici. Gli altri nodi, però, restano da sciogliere: anche se gli autori della legge sostengono di averla scritta sulla falsariga della precedente sentenza della Corte che riguardava l’Italicum, la legge voluta e non realizzata da Renzi nel 2015, che suggeriva di scrivere per la Camera e il Senato norme il più possibile simili, e ammetteva la possibilità del premio per le coalizioni che avessero raggiunto il 40 per cento (in questo caso è il 42).

Se in un modo o nell’altro la legge sopravviverà all’esame della Corte (ma anche se non ci riuscirà) sarà Mattarella a prendere in mano la situazione. Si sa che la premier ha in mente di abbreviare la legislatura, la cui conclusione naturale sarebbe a settembre 2027, e chiamare gli elettori alle urne in primavera, entro maggio, accoppiandole magari con quelle delle elezioni nelle grandi città. Ciò prevede che il governo sia in grado di far approvare le leggi di bilancio entro la fine di quest’anno, e non c’è ragione di dubitare, dato che Meloni e Giorgetti, i più coinvolti in questo compito, affrontano la scadenza per la quinta volta, sebbene le condizioni attuali siano più complicate, con la crisi energetica, i prezzi dei carburanti alle stelle e l’inflazione in crescita. Ma ne usciranno lo stesso. Il peggio verrà dopo, quando Meloni, per fare quel che vuol fare, dovrà mettersi d’accordo con il Presidente della Repubblica.

Se, poniamo, andrà a trovarlo all’inizio del prossimo anno per formalizzare il suo progetto, è possibile che Mattarella le risponda che deve comunque presentarsi in Parlamento: lo vuole la liturgia istituzionale. Immaginarsi il dibattito sulle eventuali comunicazioni di Meloni che dica: è andato tutto bene ma preferiamo dimetterci per andare alle elezioni. L’opposizione non si lascerebbe scappare l’occasione di dire «si sono arresi, l’avevamo detto noi!». E la premier avrebbe da pentirsi di aver tentato ciò che in altri Paesi è normale, o quasi normale (vedi Sanchez in Spagna), ma che qui, come tutto in questo Parlamento e nella politica italiana, diventa occasione di scontro, di insulti, di scambi d’accuse, che allontanano dalle urne i cittadini. La gente che vorrebbe ogni tanto dalla politica qualcosa di concreto, non solo chiacchiere e propaganda.

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