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Banlieue a strati, l’altra faccia della protesta di Parigi

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INVIATA A PARIGI. Il suono della radio sembra uscire dalla siepe. France info racconta le giornate di «blocage» nei licei e il suono rimbalza contro il muro pieno di facce: «Par milliers les algeriens», a migliaia gli algerini è l’inizio dell’infinita scritta sopra il collage dedicato al 17 ottobre. Ogni massacro ha una data a innescare il ricordo e quello del 1961 è un pezzo di muro lungo i quattro km di graffiti che vanno dalla porta di Aubervilliers, al confine nord di Parigi e lo Stade de France, lungo il canale di Saint Denis.

Strati di Francia che colano. Quando scocca la parola «banlieue» sembra sempre uguale, come se la periferia francese non cambiasse mai. Basta dire Saint Denis e partono le immagini di ogni genere di rivolta: i cassonetti in fiamme del 2005, i gilet gialli, i contrasti che si rinnovano oggi, con il sindaco Bagayoko in piazza tra i lacrimogeni dalla polizia. Ed è tutto vero, ma non spiega un granché. Dietro un liceo che brucia c’è un asilo che funziona e il contrasto si sottrae allo stereotipo del perenne scontro. Dei casseurs, i rompitutto, i black block che si insinuano in ogni lotta per i diritti che sia per disgusto o per noia. A ogni protesta l’idea della periferia ingestibile pasticcia il presente, ma i graffiti hanno il vantaggio di sovrapporsi, lasciano tracce, mostrano fasi, segnano il tempo fino a superarlo. Chilometro uno, sbucati dalla Périphérique il binario che circonda Parigi e ne segna il confine: dentro la capitale e fuori le incongruenze. Sotto i cavalcavia la frattura è netta, le luci sbiadite per non disturbare il traffico di droga, eppure qualche metro dopo la terra di nessuno svanisce, lì dove c’è il cartello Parigi barrato, la città continua. Eroine hip hop e umorismo che sfotte più che ripetere le istanze Anni Sessanta contro la borghesia. Ci sono le richieste «Senza tetto né scelta» (in francese fa rima), ma hanno occhi giganti dipinti da chissà chi altri e poster dell’allarme afa ben più recenti. È un mosaico, tessere fratturate che solo insieme rendono il soggetto senza nascondere il trauma, la spaccatura tra un frammento e l’altra. Così funziona Aubervilliers dove si vende merce senza marca né provenienza nei container e dove nasce la raffinatissima galleria 19M, che ora propone una mostra sui cappelli e un menù da brunch del settimo, l’arrondissement con la torre Eiffel. Le due realtà stanno una in faccia all’altra e magari non si mescolano però di sicuro si contaminano. Al km due si capisce che il suono della radio non viene dai cespugli, davanti al murales per l’indipendenza algerina ci sono gli universitari sdraiati sulle panchine e i rider che apparecchiano i blocchi spartitraffico. Cemento ricoperto di tag colorate e di piatti di carta per la pausa tra una consegna e l’altra. Uno dei tavoli improvvisati ha la scritta 1998, l’anno dei mondiali vinti dai Bleus, proprio qui, vicinissimo, l’anno in cui una squadra di calcio ha mostrato il profilo del Paese.

Il ritratto urbano di un ragazzo con lo skateboard e l’appello in blu e giallo «Free Congo» fianco a fianco, vicino alla targa che rievoca i primi nuovi arrivati del posto: 1896 «ondata Bretone». La lontananza è un concetto in costante evoluzione. Poi si presentano gli italiani e nel 1936 la comunità spagnola in fuga dal franchismo fino a che, a metà del secolo scorso, inizia l’immigrazione africana. Al chilometro tre si nota la satira con il cartello «Déviation» in mezzo a frecce che si confondono perché le coordinate si sono mescolate. In Italia banlieue evoca disagio, qui la domenica propongono lo specialty coffee oltre il mercato delle pulci, al Banlieusard e la password del locale è «Io sono periferia».

Al km 4 l’irriverente segnaletica Poseidon si tuffa dalla riva opposta allo stadio e cresce l’allarme sulla disuguaglianza alimentare con l’innesto tra frumento e hamburger. Poi lo sberleffo «Fuck Graffiti», per autodistruggere la didascalia del 93esimo distretto. Però la foto è venuta benissimo e c’è la voce di Aisha che scandisce dal megafono davanti al liceo Suger il decalogo delle richieste. C’è il bar à vin dentro la lavanderia a gettoni come imprenditoria di ultima generazione, c’è l’eredità culturale, l’energia popolare, la creatività e la fatica. Ci sono 1,6 milioni di abitanti. A strati.

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