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Navi Pillay su crimini e giustizia: “Senza veri leader non c’è tutela dei diritti”

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Pubblichiamo l’intervista rilasciata a La Stampa dalla giurista sudafricana Navathem Navi Pillay il 4 febbraio 2020. In quell’occasione, il premio Nobel per la Pace 2026, era ospite al campus Onu di Torino per partecipare a una lezione sulle sfide per contrastare i crimini contro i diritti umani. Navanethem “Navi” Pillay è stata giudice della Corte penale internazionale (Cpi) e, dal 2008 al 2014, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani. Più di recente ha presieduto la commissione dell’Onu incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani in Israele e nei Territori palestinesi.

«Sfide per contrastare i crimini contro i diritti umani», sembra una lezione impossibile ma la donna che l’ha gestita al campus Onu di Torino è passata in mezzo a una vita fatta di no e sa come ribaltare la storia. Navi Pillay, magistrato sudafricano, prima donna di colore ad aprire uno studio legale nel suo Paese, giudice dell’alta corte, giudice del tribunale internazionale dell’Aia. Quante volte le hanno detto: «Questi non sono affari suoi».
«Infinite. In Sudafrica, sotto l’apartheid, non avevi voce, le più semplici cose, come la spiaggia, erano proibite. No era la sola risposta».

E come ha trovato la voce?
«L’istruzione ti dà il coraggio. Ho visto picchiare i miei compagni di università, ho visto la polizia sparare e ho capito che stare zitti portava al peggio».

Quando ha incontrato Mandela?
«Molti anni dopo. Quando sono entrata a Robben Island come avvocato lui non era tra i miei clienti, non credeva in quel sistema giudiziario e non lo affrontava. Eppure quando mi ha visto per la prima volta mi ha detto: “Ti conosco”. Ha avuto il coraggio di chiamare una donna di una minoranza non africana, io sono di origini Tamil, indiane, e non iscritta al partito, come giudice».

Quanti dei sogni di quegli anni sono stati realizzati?
«Nel 1995 era tutto la prima volta, stava a noi cambiare il mondo. Ora c’è chi soffre allo stesso modo però c’è la libertà. Senza la corruzione si sarebbe potuto fare di più. Ma 300 anni di oppressione non si cancellano con 25 di democrazia. Molti politici di colore hanno solo vestito i panni di chi c’era prima e seguito le vecchie regole del colonialismo. Le persone resistono ai cambiamenti».

Non parla solo del Sudafrica.
«Ovunque. I ricchi hanno interessi acquisiti che hanno paura di perdere, le generazioni non vogliono passare la mano… il Brasile vuole chiudersi l’America pure, l’Italia fatica ad affrontare il problema immigrazione e comunque non dovrebbe essere lasciata sola a farlo. Oggi tanti governi vogliono tornare indietro, terrorizzati di perdere ciò che hanno, invece di capire come andare avanti».

Perché cresce l’odio a sfondo razziale?
«I brutti esempi lo diffondono. Gli Usa hanno un presidente che non si cura delle leggi. L’economia non regge le esigenze sociali e i diritti umani sono considerati un ostacolo».

Come si cambia prospettiva?
«I governi non sono un faro oggi, il meglio arriva dagli attivisti, dalla società civile».

Questi movimenti si possono tradurre in politica?
«Gli ambientalisti ora fanno politica. Ma non basta. Questa lezione a Torino, come tutte le altre, serve per questo: dobbiamo allenare la prossima generazione a essere leader».

Esiste un corso?
«In una folla emotiva non cresce un leader: nelle piazze c’è chi si batte per i diritti umani e chi per la pena di morte, è tutto troppo umorale. Per questo le Nazioni Unite oggi dovrebbero avere più peso. Servono azioni collettive contro le violazioni, come è successo per l’apartheid».

Non c’è un Mandela contemporaneo?
«No. Ci sono buoni esempi, governi che investono soldi pubblici in benessere comune, ma non leader. Del resto ne esistono solo tre riconosciuti globalmente come tali. Sono tutti di colore: Gandhi, Luther King e Mandela, i paesi e le comunità in via di sviluppo dopo tutto hanno qualcosa da offrire».

Lei è giudice nel caso della Birmania accusata di genocidio.
«È aperto e non posso parlarne, ma 17 giudici sì sono espressi all’unanimità in un ordine provvisorio fatto per proteggere i diritti negati ai musulmani. È online, disponibile a tutti».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it