Chiusa la partita per lo Stabilicum, Melonellum o comunque lo si voglia chiamare, l’Italia si trova in una posizione molto specifica rispetto al grande ciclo elettorale continentale, alle sue incertezze e ai diffusi timori di un’onda di protesta che potrebbe travolgere gli attuali assetti e lo stesso processo di integrazione dell’Unione.
La destra italiana è infatti la sola destra europea che dovrà affrontare questo passaggio da posizioni di governo, nella salvaguardia del fortino che ha conquistato cinque anni fa anziché nell’assalto al potere che impegna ogni altra destra continentale: sarà, in qualche modo, obbligata a giocare in difesa mentre tutti gli altri possono recitare il copione opposto.
In Francia, in Spagna, in Germania, le forze sovraniste e conservatrici si sentono alla vigilia di una scadenza fatale. Nei sondaggi hanno numeri importanti, vincenti, e vedono a un passo la frana degli establishment che le hanno sempre trattate da appestate, negando loro ogni rispetto e addirittura la legittimità democratica.
Rassemblement National, Afd, Vox, hanno improntato da un pezzo la loro campagna elettorale sul tema della spallata. I loro programmi promettono cambiamenti radicali nei rapporti con l’Europa, il rifiuto non solo dell’immigrazione illegale ma anche di quella regolare (la famosa remigrazione), l’abbandono dell’Ucraina al suo destino, l’appeasement con la Russia, il ritorno alle forniture energetiche di Mosca per affrontare la crisi dei carburanti. Ma, soprattutto, puntano sulla mobilitazione del “voto contro”, contro classi dirigenti raccontate come opache, truffaldine, suddite dei poteri forti, disinteressate ai problemi del popolo.
È lo stesso ruolo antagonista che la destra italiana ha esercitato in passato con successo, fino a scardinare le porte del Palazzo. Ma ora deve forzatamente cercare un’altra chiave, perché quel Palazzo lo occupa in prima persona, e da molto tempo.
Al contrario dei cugini europei, dovrà presidiare le posizioni conquistate e difendere lo status quo che ha gestito per un quinquennio: un impegno del tutto inusuale soprattutto per Fratelli d’Italia, che ha affrontato ogni precedente campagna elettorale in opposizione radicale a qualunque governo, compreso l’esecutivo tecnico di Mario Draghi al quale partecipavano i suoi partner.
Anche per questo, le immagini di Parigi e Madrid invase da folle turbolente, che in altri tempi sarebbero state buone notizie (Emmanuel Macron e Pedro Sanchez sono gli avversari di sempre) ora suscitano un po’di ansia. È una protesta “da sinistra”, certo, contro governi di imprinting liberale e progressista. Ma, se guardata insieme all’avanzata delle destre sovraniste in Germania e del Nord del Continente, genera una notevole incertezza. Ci si chiede: che tipo di vento soffia in Europa? Lo agitano i problemi specifici che raccontano le singole vicende nazionali, l’immigrazione e la crisi economica a Berlino, la casa e gli sfratti in Spagna, la scuola in Francia, o nel sottofondo c’è un più generico atto di sfiducia e rivolta nei confronti delle classi dirigenti, a prescindere dal loro colore?
È un interrogativo fondato, alimentato anche dalla repentina ascesa nei sondaggi di Roberto Vannacci, che di quella sfiducia e rivolta risulta l’interprete italiano. E se davvero l’agente del momento, quello che muove piazze e folle elettorali, fosse la ribellione agli establishment a prescindere dalla loro collocazione ideologica, vai a vedere come può finire.
Qui da noi, l’establishment non sono i pallidi popolari post-Merkel, la traballante sinistra post-Zapatero, i pericolanti liberisti macroniani. Da noi l’establishment è una destra che ha appena festeggiato una continuità da record al potere, nonché approvato una riforma che rende difficile ogni soluzione machiavellica per restarci. Al di là dei numeri fissati dai sondaggi, al di là della caotica situazione degli avversari, servirà un enorme sforzo politico e creativo per farcela.
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