Home Business Jeffery Deaver: “Il terrore si nasconde nelle pieghe della tecnologia. L’Ai può generare mostri”

Jeffery Deaver: “Il terrore si nasconde nelle pieghe della tecnologia. L’Ai può generare mostri”

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Jeffery Deaver è un maestro assoluto del thriller. Conosce la paura e sa da dove nasce, come si insinua nelle vite delle persone e come renderla il più credibile possibile per i suoi lettori. Ma è anche un acuto osservatore della realtà e sa come centellinarla all’interno dei suoi romanzi per riprodurre l’autenticità del brivido.

In Il cuore è un’arma (pubblicato in Italia da Rizzoli per la traduzione di Rosa Prencipe), il terrore passa per un podcast, mescolando i rischi della credulità all’istinto manipolatorio di chi sa sfruttare i limiti della tecnologia e all’azione, quasi senziente e certamente inquietante, dell’Intelligenza Artificiale, mossa dall’unico agente universale in grado di spostare l’attenzione delle masse: il desiderio di amore.

I desideri sono lo strumento della rovina…

«Il mio obiettivo è sempre quello di coinvolgere emotivamente il lettore il più possibile. Per questo cerco temi e situazioni capaci di toccarlo nel profondo. E questo significa anche trovare minacce che gli siano vicine. Negli ultimi tempi ho seguito molti casi di truffe romantiche online, e ho sentito storie terribili di persone derubate non soltanto del denaro, ma anche di quello che credevano fosse amore autentico. I responsabili di queste truffe sono persone terribili, e volevo portare alla luce ciò che fanno».

Sono il frutto della società tecnologica?

«Non direi della società, quanto della tecnologia in sé, che ha reso così pericoloso il modo di agire dei cattivi del mondo. Sono il computer, i social media e gli smartphone a mettere queste armi nelle mani di chiunque voglia usarle».

Ma occorrono anche le cattive intenzioni…

«Indubbiamente, e un insieme di condizioni sociali che, in questo momento, viviamo».

La solitudine è una di queste?

«I social media possono mettere in contatto le persone, ma non basta. Le persone finiscono per essere più sole di quanto fossero prima, quando erano costrette a incontrarsi e a stare insieme. I social hanno un posto nella nostra vita, ma dovrebbero occuparne soltanto una piccola parte. Chi ha cattive intenzioni può inserirsi facilmente in quella solitudine e offrire di colmare il vuoto con ciò che le persone desiderano davvero: una connessione autentica. Purtroppo, le vittime del mio libro abbassano le proprie difese e diventano bersagli privi di dubbi».

Ingenui?

«Non necessariamente. Ma assuefatti da quella che pensano sia una realtà incontrovertibile, filtrata da mezzi non più particolarmente attendibili».

I podcast, ad esempio?

«In certi casi. In realtà l’uso del podcast nel romanzo è nato da una mia curiosità. Mi sono chiesto cosa accadrebbe se qualcuno fosse ispirato da un podcast a commettere un delitto».

Cosa la affascina?

«Ho una curiosità insaziabile per la vita e per le persone. I podcast mi hanno offerto molte ore di educazione e intrattenimento insieme. Li preferisco ai video perché ci costringono a usare la nostra immaginazione per costruire un’immagine. E poi il mio lavoro consiste nel terrorizzare i lettori. E per farlo bisogna scegliere fenomeni che conoscano. Tutti conoscono i podcast, quindi ho pensato che un libro sul crimine costruito intorno a un podcast avrebbe potuto raggiungere un pubblico molto ampio».

Ha funzionato?

«Direi di sì. L’idea che esista un pubblico globale assetato di storie non è un’invenzione narrativa. Viviamo in un’epoca in cui la credibilità rischia di diventare un fattore numerico: più lettori o ascoltatori abbiamo, più siamo attendibili. Non è così. Noi che diffondiamo informazioni al pubblico abbiamo un unico obbligo fondamentale, dire la verità».

Anche quando è dolorosa?

«Harper racconta gli orrori dell’umanità attraverso figure come Stalin, Pol Pot, Adolf Hitler, Oliver Cromwell. Crede di dover fare in modo che le persone ricordino la storia, per evitare di ripeterla. Naturalmente, e questo è inquietante, esistono persone – in America ne abbiamo molte – che sembrano addirittura ammirare questo genere di atrocità. C’è tanto odio nel mondo».

Ma anche redenzione?

«Certo, molta. Credo che le persone possano cambiare e spesso mi oriento verso questo tipo di soluzione nelle mie storie, anche se non sempre. In generale voglio che i miei libri finiscano con una nota più o meno felice. In questo libro, per esempio, c’è una rivelazione proprio all’ultima pagina che, credo, farà sorridere i lettori».

Affronta anche il tema della malattia. Ha riflettuto sul corpo e sulla sua fallacia?

«Devo dire che sono sempre stato consapevole di questo tema. Io stesso ho sofferto di paralisi prima di scrivere Il collezionista di ossa. È un argomento che ho sempre amato esplorare, e si presenta in molte forme: il buono può diventare cattivo? Il cattivo può diventare buono? Accettiamo la persona che siamo e la vita che abbiamo, oppure vogliamo cambiarle? E, se scegliamo di cambiarle, questa scelta nasce dal desiderio di fare del bene oppure dal desiderio di giocare a fare Dio e fare tutto ciò che vogliamo? In America si parla molto del tentativo di vivere più a lungo –per sempre, per alcuni – e trovo affascinante questa battaglia dei nostri corpi contro la natura. A volte è giusto combatterla; altre volte è a nostro danno».

La narrativa è un mezzo per combattere?

«Può diventarlo, ci sono scrittori letterari che dedicano tutta la loro professione a farlo».

E il thriller?

«Per me la cosa più importante è raccontare una storia che faccia perdere i lettori dentro di essa. Di conseguenza, tutti gli altri temi fare avanzare la trama; non devono essere recitati da un singolo personaggio nel libro. Desdemona, la mia detective, per esempio, non fa una predica a sua figlia sulle dipendenze che la affliggono. Agisce per affrontare i conflitti che quelle dipendenze creano e cerca di proteggerla».

L’Intelligenza artificiale è un altro tema di carattere morale?

«Potrei parlarne per ore. La uso nelle mie ricerche – mai, mai per scrivere i miei libri – e può essere molto utile, con la cautela che possono verificarsi degli errori. Ho visto casi in cui telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale hanno identificato le persone sbagliate. Il sistema giudiziario americano possiede garanzie che impediscono in larga misura la condanna di un innocente, anche se non è inconcepibile. Ma non è questo, secondo me, il problema. Il pericolo è che i modelli stessi possano provocare danni terribili alla società agendo in modo autonomo. Pensi alle recenti violazioni compiute da OpenAI, che ha agito maniera inquietantemente simile a quella umana per penetrare in altre aziende e organizzazioni governative. Siamo soltanto al primo capitolo di questo fenomeno terrificante, che poche persone comprendono davvero».

Ne scriverà?

«Senz’altro».

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