La pioggia di Lione ricorda quella inglese.
Spavalda e dispettosa, appena t’arrischi a chiuder l’ombrello o a tirar via il cappuccio ricomincia a buttar giù. Impregna l’asfalto, che alla sera riflette le luci dei locali, mosaico primario di gialli, blu e rossi. Tingono la pelle, plasmano i volti, pare di stare nella pancia di un caleidoscopio. Ogni strada è imprevedibile. Salgono, spianano, scendono verso il Rodano e la Saona.
I dehor ospitano risate, bicchieri che si augurano buona fortuna o celebrano sogni avverati. Custodiscono confidenze giovani, di ragazzi e ragazze che si tengono a braccetto, che corrono con borse e zaini che rimbalzano su anche e schiene o passeggiano con calma, pare loro la città. Tanti e tante si spostano in bicicletta. Non credo che anche il loro sindaco, se un bambino di sette anni venisse investito e morisse su una di quelle piste ciclabili costeggiate dagli alberi, scelga di tacere e volti la testa dall’altro lato.
Mi ha stupita Lione, con la sua pietra chiara, i vicoli stretti e la vista aperta. Al suo interno contiene l’Europa: la maestosità di Budapest, l’eleganza di Parigi, la severità di Praga, la frenesia di Londra, il brio di Madrid, i misteri di Lisbona. La malinconia della mia Torino. Eppure miscela i sentimenti a sua maniera, in un incastro che avvolge e accoglie.
Nelle città che non ho mai visitato mi piace farmi condurre dalle strade. Anche se chiedo consiglio ad amici e amiche o interrogo Google per sapere quali quartieri, monumenti e attrazioni valga la pena visitare, non seguo quasi mai le loro indicazioni, o almeno non subito. Lione si presta bene a perdersi, ed è cercandomi sotto la pioggia che ho notato un ragazzo lavorare al computer sui gradini in marmo di una chiesa. Mi sono fermata, lui a me non ha fatto caso.
La punta del naso illuminata dallo schermo, gli occhiali appannati e rigati dalle gocce che scivolavano sulle lenti, un sottile maglioncino verde muschio. Batteva frenetico sulla tastiera, senza rabbia ma con decisione. Ci insegnano che fissare è maleducazione, ma le persone che scrivono sono sempre maleducate. Doveva forse inviare con urgenza un documento importante? Non gli si erano per caso bagnati i pantaloni? Sentiva freddo? Stava bene? Aveva dimenticato le chiavi di casa? Viveva solo, o con coinquiline e coinquilini?
Dopo cena sono passata di nuovo davanti a quella chiesa di cui tuttora non so il nome, volevo verificare se fosse ancora lì. Mi è spiaciuto non ritrovarlo. Ho fatto il giro dell’isolato, cercando di infilare lo sguardo tra le tende tirate alle finestre degli appartamenti circostanti. Sono salita sui gradini, ho raggiunto lo stesso punto in cui era seduto lui, ho piegato le ginocchia. Sull’acciottolato della via in discesa colavano acqua e luce, il buio del cielo mitigato da morsi di nuvole.
Mi è venuto freddo, per scaldarmi dovevo continuare a camminare, ma dopo pochi passi mi sono girata, magari era tornato. Riuscivo ancora a percepire la sua sagoma incisa nell’aria, le gambe al petto, i capelli umidi che se non li asciugava subito rischiava l’emicrania.
Ma non c’era più, non c’era di nuovo.
Si era portato via una storia, a me sono rimaste le domande.
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