«Immaginate la vostra città, o il vostro paese, svuotata dagli uomini che fino a pochi mesi prima erano i vostri amici, i vostri familiari, i vostri compagni o mariti. Spariti». Non è facile addentrarsi in quel complesso groviglio che riguarda le donne in guerra, in cui si intercettano strategie di sopravvivenza, ricerca di protezione, fragilità, opportunismo, ideologia, ferocia. A maggior ragione se sono storie che alla galassia collaborazionista femminile restituiscono complessità: specchi in cui donne e uomini “non ci vedono la stessa cosa”.
L’hanno dimostrato in questi anni volumi pregevoli come Fasciste di Salò di Cecilia Nubola (Laterza 2016) o Giudicare, punire, normalizzare di Lidia Celli (Viella 2025): vista da una prospettiva anche di genere, la fase della resa dei conti giudiziaria – attraverso l’operato delle Corti d’assise straordinarie (CAS), presto in larghissima misura vanificato dalla Cassazione e poi dall’amnistia Togliatti – è particolarmente istruttiva. Le donne accusate di collaborazionismo, che come molti uomini «respingono la quasi totalità delle accuse», non subiscono necessariamente trattamenti diversi, ma «la colpa sessuale è sempre dietro l’angolo»; «le donne denunciano, rastrellano e interrogano: ma quello che resta, in fin dei conti, è ciò che fanno del loro corpo. Quel corpo che appartiene alla nazione e che loro, invece, cedono al nemico». E questo è chiaro fin dalle prime battute delle scene che Cattive italiane di Barbara De Luna ricostruisce.
«Le collaborazioniste entrano in un’aula di tribunale e quest’aula è zeppa di uomini: uomini nella giuria, uomini sugli spalti, uomini il loro avvocato e il pubblico ministero, uomini il presidente della Corte e gli ufficiali di polizia che le scortano», scrive. Nel suo saggio appena edito da Laterza, la storica torna non tanto sulle scene dei crimini quanto su quelle della giustizia postbellica, dove la transizione dalla guerra alla ricostruzione si manifesta anche come ristabilimento di un ordine costituito. Nella crisi di quel virilismo cui erano stati educati per vent’anni, osserva De Luna, «con il ritorno alla pace è negli occhi delle loro donne che gli uomini cercano quel fantomatico “onore” che temono d’aver perduto».
Dopo venti mesi di guerra che le hanno viste protagoniste, spesso abbandonando il “focolare domestico”, «ora più che mai l’adulterio è uno spettro che ossessiona i capifamiglia, che il conflitto ha privato della tradizionale autorità patriarcale esponendoli, impotenti, al disonore delle corna». Il marchio dei “facili” o dei “cattivi” costumi percorre così in maniera trasversale queste carte, ma da solo ovviamente non spiega un fenomeno articolato e complesso, e la stessa storica non manca di sottolinearlo. Come non pensare all’ausiliaria Adriana Barocci, la “belva di Fabriano” definita dalla CAS di Ancona “un’esaltata, una fanatica” e la cui condanna a morte non sarà mai eseguita – si ricostruirà una vita in Argentina con un colonnello tedesco.
Analizzando i fascicoli di 215 donne processate dalle CAS di Torino, Bologna, Modena, Ferrara e Reggio Emilia, due aree geografiche ad altissima intensità partigiana, e comparandole spesso con il caso francese – il libro è frutto di un dottorato tra l’Università di Bologna e Paris 1 Panthéon-Sorbonne –, emerge un’impressionante casistica, da esperienze attinenti alle “relazioni pericolose”, alle spiate per lucro o «per regolare vecchi conti personali», a molte altre in cui «quella sfera maschile tanto gelosamente custodita – quella della politica, in primis – alcune l’hanno invasa eccome».
Le donne dell’ultimo fascismo sono anche ideologicamente convinte, come la piemontese Ada Chiaffrino, alias “Ada Vanzi”, celebre propagandista e “cassa di risonanza” della Repubblica sociale, o come diverse tra le 36 ausiliarie i cui incartamenti processuali De Luna ha studiato con acume. «Più italiani accoppiamo, meno delinquenti rimangono», urlava l’emiliana Marina Capelli guidando i rastrellamenti, prima che gli stessi soldati tedeschi la invitassero a calmarsi. Nell’Italia centro-settentrionale del 1943-1945 le donne collaborazioniste, come i camerati uomini, «sparano, rastrellano, uccidono, torturano, incendiano e saccheggiano». Dalle «minacce bisbigliate negli androni» alle sevizie più efferate, dalla sfera privata a quella pubblica «le donne di Salò hanno un’occasione di rivalsa che non intendono lasciarsi scappare».
Alla sbarra, lo stigma sociale che si abbatte su di loro travalica i fatti da loro compiuti: incontrano «una giustizia profondamente di genere», nella quale la femminilità è una sorta di ambiguo monstrum, «capace di trasformarsi, nelle retoriche dei tribunali, ora in elemento attenuante, ora in aggravante». Non è stato facile, ottant’anni fa, dentro e oltre quelle aule, giudicare la storia di queste “cattive italiane” che «invece di sostenere i nostri patrioti hanno scientemente collaborato al loro annientamento» e che spesso non hanno rinnegato le loro scelte. «Meglio non parlarne più, dimenticarle, e in fretta», allora.
Oggi che la migliore storiografia sta scandagliando i loro atteggiamenti, il contesto in cui si mossero, la loro agency e le ragioni profonde – espresse e celate – della loro scelta di campo, una scelta a tutti gli effetti politica, contro un uso pubblico della storia che celebra “eroine” e “martiri” fasciste, possiamo scegliere di rivolgere la nostra pietas a chi, anche a causa loro, divenne vittima. E non a chi ha voluto farsi carnefice.
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