Il Nobel per l’economia è una curiosa creatura. Fu istituito nel 1968 dalla Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, e assegnato per la prima volta nel 1969. Non è dunque, in senso stretto, uno dei Nobel previsti dal testamento di Alfred Nobel: è il Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel. Ma il suo successo è stato tale da farlo entrare nell’immaginario collettivo insieme ai premi per la fisica, la chimica e la medicina, contribuendo a consacrare l’economia come una vera e propria scienza. Quest’anno il premio è andato a due studiosi di talento, Robert Hall e Michael Woodford di cui si parla in altro articolo del giornale.
C’è però un paradosso. I più grandi economisti non sono necessariamente quelli che hanno lasciato la traccia più profonda soltanto nell’economia. Al contrario, alcuni dei laureati più influenti sono diventati, nel tempo, pensatori sociali a tutto campo. E forse è proprio questa la caratteristica che rende davvero importante un economista. Sotto questo profilo, i miei Fabulous Four sono Hayek, Friedman, Buchanan e Becker.
Friedrich Hayek, Nobel nel 1974. Il riconoscimento riguardava la teoria monetaria e dei cicli economici, ma il suo contributo più duraturo si trova probabilmente altrove: nella teoria della conoscenza dispersa, nella critica della pianificazione, nell’analisi delle istituzioni e dell’ordine spontaneo. The Road to Serfdom, The Constitution of Liberty e Law, Legislation and Liberty sono libri di economia soltanto in senso molto lato. Hayek è soprattutto un filosofo politico e sociale che usa l’economia per comprendere i limiti della conoscenza e del potere. Non a caso il Nobel stesso sottolineò la sua analisi dell’interdipendenza fra fenomeni economici, sociali e istituzionali.
Lo stesso vale, in modo diverso, per Milton Friedman, Nobel nel 1976. Il suo contributo scientifico alla teoria monetaria e all’analisi dei consumi è enorme, ma la sua influenza pubblica deriva soprattutto da Capitalism and Freedom, dal Free to Choose televisivo, dalla difesa della libertà economica e dalla capacità quasi unica di trasformare questioni tecniche in argomenti comprensibili al grande pubblico e proposte politiche concrete, dal buono scuola all’imposta negativa sul reddito
James Buchanan, Nobel nel 1986, fece qualcosa di ancora più radicale: applicò gli strumenti dell’economia alla politica. La Public Choice mise in discussione l’idea rassicurante dello Stato benevolo, mostrando che politici, burocrati e maggioranze possono essere analizzati come individui portatori di interessi propri. Il confine fra economia e scienza politica diventava così quasi invisibile.
E poi c’è Gary Becker, Nobel nel 1992, forse il caso più puro di quello che potremmo chiamare “imperialismo dell’economia”. Becker portò il ragionamento economico dentro la famiglia, la criminalità, la discriminazione, l’istruzione, il capitale umano: territori tradizionalmente appartenenti alla sociologia, alla demografia, al diritto e alla criminologia .
È significativo che anche Daron Acemoglu, premiato nel 2024 per gli studi sulle istituzioni e sulla prosperità, si stia progressivamente trasformando in uno studioso della politica e della democrazia. Il suo più recente What Happened to Liberal Democracy? affronta ormai direttamente la crisi della democrazia liberale. È un’ambizione legittima, ma il risultato, almeno a mio giudizio, non sembra memorabile.
Il gruppo dei Fab Four è inoltre curiosamente caratterizzato da un comune retroterra liberale classico. Non perché un Nobel debba premiare i liberali, naturalmente, ma perché questi quattro dimostrano quanto l’economia diventi intellettualmente potente quando si lega a una tradizione filosofica e culturale.
Ed è forse questo che vorremmo dai futuri Nobel: non solo un elegante modello econometrico, ma la capacità di cambiare il modo in cui comprendiamo la società.
Pensiamo ad Adam Smith. Alcune delle sue spiegazioni dei meccanismi economici possono essere oggi superate o imprecise. Ma l’illuminista scozzese rimane, probabilmente, il più grande (o, come dicono gli americani il GOAT, Greatest Of All Times): non soltanto perché ha scritto The Wealth of Nations, ma perché ha cercato di capire come interessi individuali, istituzioni, morale, commercio e libertà possano comporsi in un ordine sociale. È per questo che, a più di due secoli di distanza, abbiamo ancora da imparare più da Smith che da molti economisti assai più “scientifici” di lui.
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