L’arrosto di vitello arriva in tavola quando il Consiglio europeo avrebbe già dovuto aver pagato il conto. Invece, al secondo piano del palazzo dell’Ue, i Ventisette sono ancora impantanati sugli Ets. E così il pranzo di lavoro, a telefoni spenti, slitta alle 15, rinviando la discussione su Cina e competitività. Giorgia Meloni prova a giocarsi la partita fino in fondo, anche a costo di consumare ore di un Consiglio che a Bruxelles molti vorrebbero dedicare ad altro. Lo stallo va avanti a oltranza tanto che, a sera, finisce con l’essere rinviata anche la conferenza stampa programmata.
L’oggetto del contendere sono tre lettere che per alcuni governi restano intoccabili. Gli Ets sono il sistema europeo che impone alle industrie inquinanti di pagare per le emissioni di CO2. Ma per la premier, da sempre critica verso le politiche green di Bruxelles, il problema oggi è soprattutto l’estensione del meccanismo a case e trasporti, prevista dal 2028. Roma chiede di rinviarla almeno al 2030, per evitare che famiglie e imprese si ritrovino a pagare un’altra stangata mentre l’economia rallenta. «Così le nostre aziende rischiano di essere massacrate», è il ragionamento, accompagnato dall’idea di non sostenere le conclusioni. La trattativa si trascina fino a sera, quando gli sherpa italiani prendono in mano il dossier e chiedono di rivalutare gli effetti dell’allargamento. Chiedono proiezioni e statistiche. O meglio, chiedono tempo, mentre a pochi chilometri di distanza, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini batte sullo stesso tasto: «Resteranno a casa 50 mila persone», avverte. È la pressione che accompagna Meloni a Bruxelles: il rischio di nuovi rincari energetici si somma a una manovra sempre più stretta, nella quale le decisioni Ue possono fare la differenza. Il ragionamento che circola attorno alla premier è brutale: «Inutile intervenire con delle vitamine se il paziente sta morendo». Prima di discutere di nuovi aiuti, bisogna evitare che siano le regole Ue ad aggravare la malattia. L’obiettivo è dunque spostare l’entrata in vigore degli Ets a quando i Ventisette non saranno costretti a fronteggiare «numerose crisi». E capire se una parte dei 7 miliardi di flessibilità riconosciuti all’Italia possa essere impiegata per misure non strutturali, ma capaci di incidere subito sulla vita quotidiana. Meloni non è sola: con Roma c’è la Grecia, che condivide la richiesta di maggiori margini contro l’inflazione, e ci sono Cipro e i Paesi del gruppo di Visegrad, Polonia, Slovacchia, Cechia e Ungheria. Dall’altra parte, però, si compatta il fronte dei contrari: Svezia, Olanda, Danimarca, Finlandia e Germania. Per loro la questione non dovrebbe neppure essere sul tavolo. Tanto che durante il confronto accusano gli altri Paesi di stare «sprecando il nostro tempo». Il tempo, in effetti, è la variabile che più penalizza la premier. Friedrich Merz deve fare i conti con i vincoli della coalizione tedesca e sottoporre più volte gli avanzamenti del negoziato al ministro delle Finanze socialdemocratico. La convergenza con Meloni, indebolita dalla vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, non basta più a trascinare Berlino dalla parte di Roma. Neanche Emmanuel Macron, dal canto suo, non sembra disposto a concedere modifiche. Al governo italiano sperano però che le proteste sui prezzi dei carburanti delle scorse settimane finiscano per costringere anche Parigi a esporsi. Meloni prova allora a tenere aperte più strade. Non si oppone all’acquisto congiunto di gas, la soluzione che Ursula von der Leyen continua a indicare per contenere i prezzi, pur senza suscitare grandi entusiasmi a Roma e nelle altre capitali. E guarda alle deroghe concesse in passato a Spagna e Portogallo sul tetto al prezzo del gas. Per l’Italia, però, replicare quel modello è tutt’altro che scontato. La lista delle richieste, infatti, è già lunga: più flessibilità sull’energia, margini contro l’inflazione, appunto rinvio degli Ets e minori tagli nel bilancio 2028-2034. Un pacchetto difficile da far digerire ai partner, mentre sui conti pubblici arriva un’apertura condizionata: qualche margine in più potrebbe esserci se Roma garantisse di uscire dalla procedura per deficit eccessivo nel 2026, portando il rapporto deficit-Pil al 2,9%. Un risultato per il governo, ma anche un vincolo ulteriore. Il rischio è tornare a casa senza garanzie concrete, con il dossier energetico aperto e una manovra asfittica. Mentre la tensione sociale comincia a farsi vedere anche nelle strade, come dimostrano i blocchi degli agricoltori che ieri hanno paralizzato diverse aree del Sud.
Prima della chiusura del Consiglio, restano altri due terreni di scontro. Il sostegno a Volodymyr Zelensky, arrivato già ieri a Bruxelles per incontrare Macron e altri leader, ai quali Meloni sembra voler demandare in questa fase la gestione della partita ucraina. E la questione migratoria: nella notte scade la sospensione di Schengen decisa dopo la crisi di Ceuta. Il Viminale non si sbilancia, ma è difficile che il tema resti fuori dal confronto con Pedro Sanchez, con cui la premier si prepara a incrociare oggi le armi. A consolarla resta una vittoria soprattutto simbolica: il Belgio ha accettato di spostare a Roma il vertice europeo ufficiale del prossimo marzo, in occasione dei settant’anni dei Trattati di Roma. Una foto e una celebrazione, insomma. Sul resto, la partita è ancora tutta da giocare.
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