CAMPOBASSO. Così, in una mattina di sole, la polizia arriva anche a scuola della figlie di Gianni Di Vita. Gli investigatori entrano e escono dal liceo Classico Pagano di Campobasso con la pettorina: sono venuti a cercare tracce della famigerata ricina. O meglio, sono venuti a sequestrare tutti i dati di navigazione dei 64 computer dell’istituto per trovare o per escludere che proprio da qui siano partite le ricerche sull’avvelenamento che ha causato la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte entrambe a Natale del 2025, dopo una lunga agonia. Avvelenate dalla ricina. Ma da chi? Perché? E chi doveva essere la vittima di quell’avvelenamento? Dieci mesi dopo tutte queste domande restano senza risposta. Al punto che nel terribile gioco delle deduzioni giudiziarie, di gran moda nell’Italia del 2026, davanti a questa scuola si ipotizza che questa sia «la pista dei giovani studenti». Quella dei compagni di Sara Di Vita, 15 anni, morta avvelenata. E quelli di sua sorella, Alice, scampata assieme al padre all’avvelenamento. Le due sorelle studiavano entrambe qui.
IL REPORTAGE
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L’unico punto fermo delle indagini è che nei giorni precedenti al delitto sono state fatte delle ricerche in rete dalla provincia di Campobasso. Alcune delle quali avanzate da un falso scrittore di gialli. «L’acquisto di grandi quantità di semi di ricino on line è tracciato? Può essere segnalato alle autorità doganali?». Oppure: «Sto cercando di capire se la vittima finirebbe il pasto o sputerebbe tutto al primo boccone dal sapore troppo amaro. È importante per la trama del romanzo». Altra frase: «Esiste qualcosa che agisca sul sistema nervoso centrale in modo da impedire anche un solo grido? Qualcosa che sembri solo un collasso improvviso». Per cercare chi ha scritto queste parole, gli investigatori le stanno tentando tutte. Hanno sequestrato ogni supporto informatico, prima di arrivare alle perquisizioni nelle scuole. Le prime due nel comune dI Riccia, lo Scientifico e l’Istituto Agrario dove lavorano «l’amica Monia» e il marito di Monia. E fino a qui siamo alla pista passionale, se così si può dire: perché proprio «l’amica Monia» è indicata come molto legata a Gianni Di Vita. Insomma, saremmo di fronte al caso di un tradimento che ingenera una vendetta, oppure al piano criminale di una donna che vuole eliminare la moglie dell’uomo che ama. Ma la terza scuola, questo liceo di Campobasso, sembra aprire scenari completamente diversi: una follia fra studenti. Oppure qualcosa che non si riesce neppure a immaginare. Sarebbe già abbastanza, se non fosse che oggi – il quarto giorno – sarà quello della quarta scuola. La polizia varcherà i cancelli del liceo «Silvio di Lalla» di Casacalenda, lì dove insegna Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. E cosa dicono le voci sulla cugina? Di quanto fosse legata a Gianni, di quanto poco andasse d’accordo con la moglie di lui Antonella Di Ielsi. Poveri noi.

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Dieci mesi di indagine, duecento testimoni: neanche un indagato. Ma proprio questa scelta inusuale permette agli investigatori di non svelare neanche una delle carte che hanno in mano. Siamo di fronte a scenari diversissimi. Nemmeno si può escludere quello che forse sembrerebbe, per logica, il caso più ovvio: l’avvelenamento accidentale. Perché in questa campagna la ricina si è sempre usata come veleno per i topi. La ricina esiste in natura. E non si può escludere che sia finita dentro a un alimento. Ma la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, è stata categorica: «È l’ipotesi più improbabile». Ci vorranno molti giorni per analizzare i server delle quattro scuole. Ne mancano pochi, invece, per la relazione finale affidata al Robert Koch-Institut di Berlino, un laboratorio specializzato nell’analisi delle tossine. Fra i 70 reperti sequestrati, che vanno dalla mollica di pane a un barattolo di giardiniera, dovranno indicare quale conteneva il veleno. Intanto già adesso si capisce che nel novero dei gialli italiani, questo si candida a diventare uno dei più intricati.
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