Il tasso di occupazione è aumentato negli ultimi anni, ma l’incidenza della povertà, sia assoluta sia relativa, rimane inesorabilmente stabile dopo i peggioramenti avvenuti a seguito della crisi finanziaria e poi di quella pandemica. Alti tassi di povertà assoluta sembrano diventati un fenomeno strutturale. La persistenza di un’ampia area di bassi salari, l’aumento del part time involontario, insieme all’inflazione, ai costi della crisi energetica, ma anche dell’abitare, accentuano i rischi di essere poveri nonostante si abbia un lavoro, anche regolare, soprattutto se si hanno più figli minorenni e se si è stranieri. Secondo le stime rese pubbliche ieri dall’Istat, oltre 2,1 milioni di famiglie (8,0%), per un totale di 5,4 milioni di individui (9,3%), si trovano in povertà assoluta. L’incidenza è molto più alta, oltre quattro volte, fra le famiglie di stranieri (regolarmente residenti) rispetto alle famiglie italiane. Ma queste ultime costituiscono di gran lunga la maggioranza delle famiglie povere. Analogamente, se l’incidenza è più alta nel Mezzogiorno che nel Centro Nord – un’altra caratteristica persistente – la maggioranza delle famiglie povere vive proprio in queste ultime regioni, che sono più popolose. Sarebbe quindi superficiale derubricare la povertà come solo un problema meridionale e/o di stranieri.
l’analisi
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Persistente, ormai, da quasi un trentennio è anche la maggiore vulnerabilità alla povertà delle famiglie numerose e delle famiglie con un solo genitore. Per questo l’incidenza della povertà (assoluta) è più alta tra i minorenni, seguiti dai giovani fino ai 35 anni, che tra gli adulti. Si trova in povertà assoluta il 12,5% dei minorenni e il 12% di giovani fino ai 35 anni. Ed è in povertà assoluta il 16,9% delle famiglie con tre o più figli, quelle che più spesso sono monoreddito perché il carico di lavoro familiare, poco condiviso e poco sostituito dai servizi sociali ed educativi, impedisce l’occupazione delle madri, specie nel Mezzogiorno e specie se a bassa istruzione. Una porzione significativa delle giovani generazioni, di cui si lamenta continuamente la scarsità numerica, cresce e affronta l’entrata e la stabilizzazione nell’età adulta in condizioni di forte deprivazione, anche quando ha un genitore occupato o, da giovane adulto, è egli o ella stessa occupata. Si trova, infatti, in povertà assoluta l’8% delle famiglie con persona di riferimento un lavoratore dipendente, una percentuale che sale al 14,3% se si tratta di operaio o assimilato. Benché l’incidenza dell’esperienza della povertà sia molto più alta se la persona di riferimento è in cerca di occupazione, nella maggioranza delle famiglie che si trova in questa situazione la persona di riferimento è occupata. Un dato, anche questo, ormai strutturale, che smentisce la vulgata secondo la quale la povertà sarebbe dovuta alla mancanza di lavoro, quando non alla poca voglia di lavorare. Una vulgata che purtroppo ha ispirato a questo governo lo smantellamento del reddito di cittadinanza e la creazione di due categorie di poveri – occupabili e non occupabili – che, oltre a reintrodurre un approccio categoriale e frammentato ed escludere di fatto molti poveri perché non rientrano nelle categorie previste, occulta la realtà della povertà nonostante il lavoro. Un occultamento che spiega anche la resistenza ad introdurre un salario minimo legale, la scarsa attenzione per la diffusione del part time involontario, la mancata indicizzazione delle aliquote fiscali che cancella ogni miglioramento sulla carta del reddito da lavoro dipendente, mentre si è introdotta una fiscalità di vantaggio per il lavoro autonomo.

I dati sulla povertà sono riferiti al 2025. Stante il persistere, e il peggioramento, della crisi internazionale con i suoi effetti sull’inflazione e su alcuni settori produttivi, è altamente probabile che verranno confermati, se non peggiorati, anche per l’anno in corso. La crisi energetica provocata dalle guerre in corso non è certo responsabilità del governo. Ma lo è la sottovalutazione dell’indebolimento della sanità pubblica, che espone un numero crescente di persone a una situazione di povertà sanitaria paradossale e inaccettabile in un Paese in cui c’è un sistema sanitario che dovrebbe essere universale. Così come non è responsabilità solo di questo governo, e non solo del governo centrale, la crisi abitativa, che è forse la causa principale dell’aumento della povertà nei comuni delle città metropolitane e in generale nei comuni sopra i 50 mila abitanti, oltre a rendere vulnerabili anche persone e famiglie non povere secondo gli indicatori standard. Ma è responsabilità del governo la persistenza nel privilegiare la proprietà rispetto all’affitto, persino nel calcolo dell’Isee, e il mancato rifinanziamento del fondo per gli affitti, a fronte di un piano casa non solo modesto, ma che rimane ancora allo stato dei, ripetuti, annunci.
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