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Aviva Siegel: “Urge un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre. Nonostante tutto, credo nella pace”

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Ogni mattina Aviva Siegel misura sul proprio corpo la distanza tra il bisogno di Israele di chiudere la ferita del 7 ottobre e l’attesa, sospesa da tre anni, di risposte e verità. Ci sono i dolori che compaiono in punti sempre diversi, una vertigine che i medici hanno ricondotto ai muscoli del collo, irrigiditi da tre anni di tensione trattenuta. C’è Keith, il marito, che certe notti si sveglia da un incubo e resta sveglio fino all’alba. C’è il nipote di dodici anni che ha paura di addormentarsi perché teme di essere rapito, e che la mattina lamenta un mal di pancia per restare a casa, per non andare a scuola. «Sembriamo stare bene. Sorridiamo, siamo vestiti, mangiamo, ridiamo», dice a La Stampa. «È molto più complicato vivere con questa cosa dentro».

Aviva Siegel, 64 anni, è stata sequestrata da Hamas nella sua casa di Kfar Aza la mattina del 7 ottobre 2023, insieme a Keith, e tenuta prigioniera a Gaza per 51 giorni. Liberata con la tregua di novembre di quell’anno, ha passato i mesi successivi a battersi per il ritorno del marito, rilasciato il primo febbraio 2025 dopo un anno e quattro mesi di prigionia.

Il terzo anniversario l’ha piegata più dei precedenti. Finché c’erano ostaggi nella Striscia il dolore restava a distanza, occupato dall’urgenza di riportarli a casa. Quest’anno il lutto per i vicini uccisi quella mattina, bambini cresciuti nella scuola materna dove insegnava, i padri a cui aveva visto seppellire i figli, è arrivato tutto insieme. La dottoressa che segue le famiglie degli ex ostaggi le ha spiegato che succede a molti: per due anni il corpo ha trattenuto, e adesso restituisce.

Aviva pensa che sia una diagnosi che si presti in fondo all’intero paese, chiamato alle urne tra dieci giorni, per la prima volta dopo il 7 ottobre. Quando attraversa Tel Aviv, con la musica che esce dai locali e i tavolini dei caffè pieni fino a sera, Aviva avverte uno spaesamento che riconosce come proprio, conosce il rovescio della normalità meglio di chiunque, ogni volta che un passante la ferma per abbracciarla, scoppia a piangere, le chiede scusa per quello che ha subito, e lei vorrebbe chiedere scusa a sua volta, sapendo che ciascuno di loro ha attraversato la prigionia per interposta persona. In quei due anni gli ostaggi sono stati il luogo in cui la società israeliana ha riconosciuto la propria vulnerabilità e ha misurato la tenuta del proprio patto con lo Stato, dalla piazza di Tel Aviv dove un orologio contava i giorni di prigionia alle manifestazioni di ogni sabato, fino alle famiglie diventate la più vasta forza civile di opposizione del paese. È così che i rapiti si sono trasformati in un simbolo collettivo, e ogni simbolo collettivo finisce prima o poi per diventare terreno di contesa.

La campagna elettorale lo ha dimostrato con brutalità. Benjamin Netanyahu rivendica la liberazione dei rapiti come un proprio successo, mentre gran parte degli ex ostaggi si è schierata pubblicamente contro di lui. Quando Yocheved Lifshitz, rapita a 85 anni da Nir Oz e rilasciata dopo diciassette giorni, mentre il marito Oded moriva in prigionia, ha detto in televisione che il premier non aveva riportato a casa nemmeno un ostaggio e che un’eventuale riconferma del governo sarebbe stata un disastro per il Paese, Itzik Bonzel, padre di un soldato caduto a Gaza e scelto personalmente da Netanyahu per un posto riservato nella lista del Likud, le ha scritto su Facebook che avrebbe voluto riportare indietro le lancette e restituirla a Hamas. Si è poi scusato, ma quella frase resta come un documento del punto a cui è arrivata la disputa sulla proprietà del dolore.

Quel dolore è entrato anche nelle liste. Almeno nove tra sopravvissuti e familiari delle vittime del 7 ottobre corrono per un seggio alla Knesset, e la loro geografia politica racconta la frattura meglio di qualsiasi sondaggio. Con Avigdor Lieberman si candida Sharon Sharabi, i cui fratelli Yossi ed Eli furono rapiti a Be’eri; Yossi è morto in prigionia, e Sharon ha spiegato di non poter lasciare il paese in mano a persone mediocri. Nella stessa lista, al secondo posto, c’è Rafi Ben Shitrit, che ha perso il figlio Alroy alla base di Nahal Oz ed è tra i fondatori dell’October Council: dice di non voler vedere un primo ministro in prigione né generali alla gogna, solo un paese capace di imparare perché quanto accaduto a lui non accada ai figli di altri. Sul fronte opposto della battaglia che per due anni ha diviso le famiglie, Tzvika Mor, padre di Eitan, rapito al festival Nova, è quinto nella lista congiunta del Sionismo religioso dopo aver contribuito a fondare un forum di famiglie contrario agli accordi parziali con Hamas. Il Likud schiera al nono posto Talik Gvili, madre del poliziotto Ran Gvili, il cui corpo portato a Gaza è stato restituito a Israele nel gennaio 2026.

Nella loro dispersione si legge che cosa gli ostaggi sono diventati per il Paese: la prova incarnata che il 7 ottobre lo Stato è venuto meno alla promessa su cui ha fondato la propria legittimità, proteggere i suoi cittadini, e la domanda ancora aperta su chi debba risponderne. Ciascuno di questi candidati porta in Parlamento la propria idea di come quella promessa vada ricostruita, e tutti sono costretti a farlo senza una verità condivisa su come sia stata tradita.

Aviva Siegel guarda a questi candidati con gratitudine, perché in ciascuno di loro riconosce il dovere che sente come proprio, quello di testimoniare, di custodire la memoria di ciò che è accaduto e di impedire che venga archiviata. Quando il discorso arriva al suo voto, e quindi a Netanyahu, le parole si fanno più caute. Nell’estate del 2024, quando non sapeva ancora se Keith fosse vivo, aveva accusato pubblicamente il premier di pensare più a sé stesso che agli ostaggi. Oggi, mentre l’opposizione chiede conto di un avvertimento che il presidente emiratino Mohammed bin Zayed avrebbe fatto arrivare a Netanyahu dieci giorni prima del 7 ottobre, e che il premier avrebbe tenuto per sé senza girarlo ai vertici della sicurezza, dice di sforzarsi di non credere alle notizie. «Ho bisogno di tenere stretto il sogno che abbia fatto tutto il possibile per far uscire me e Keith. Altrimenti sarebbe troppo doloroso». Accanto a quel sogno tiene ferma un’altra urgenza, che riguarda il modo in cui Israele è guardato dall’esterno, sente che il paese paga lo sguardo del mondo, e che avrebbe bisogno di una guida capace di ripensare il suo rapporto con le altre nazioni prima ancora della sua immagine. Lei e Keith, ripete, hanno sempre voluto la pace e la vogliono ancora.

Alla domanda se il paese abbia più bisogno di una commissione d’inchiesta indipendente o di dimenticare, Aviva sceglie l’immagine più domestica che conosce «quando una torta si sgonfia o si brucia, non la si butta via senza pensarci: si torna indietro a cercare l’errore, il lievito dimenticato, il calore troppo alto, perché quella successiva riesca meglio».

Tre anni dopo, gli israeliani votano senza un resoconto indipendente delle decisioni e degli errori che hanno portato al 7 ottobre. Netanyahu ha respinto la commissione statale, indipendente e presieduta da un giudice della Corte Suprema, e ha proposto un organismo i cui membri verrebbero nominati dai partiti, malgrado un sondaggio dell’Israel Democracy Institute del dicembre 2025 indicasse nel 55 per cento dei cittadini il sostegno a una commissione statale, contro il 22 per cento favorevole a una nominata dal governo. Gadi Eisenkot ha promesso di istituirla il giorno stesso in cui un nuovo governo giurerà. «Anche io merito una risposta», dice Siegel, ed è la stessa risposta che il paese intero, tre anni dopo, sta ancora aspettando.

Prima della guerra i Siegel accompagnavano bambini gravemente malati di Gaza negli ospedali israeliani. Il 23 settembre un militare li ha chiamati per comunicare che un drone avrebbe ucciso uno dei loro ex carcerieri; il giorno dopo, raccontando la telefonata a Le Monde, Aviva ha detto che le avevano chiesto se la notizia la rendesse felice, e che lei resta contraria alla guerra. Lo ripete adesso, con le parole semplici di chi ha imparato a diffidare di quelle complicate: «Abbiamo sempre voluto la pace. La vogliamo ancora, nonostante tutto. La pace con l’Egitto e con la Giordania sono la prova che altrove è possibile». Al prossimo governo, chiunque lo guidi, chiede che le responsabilità vengano stabilite e attribuite, e che qualcuno trovi le parole per promettere agli israeliani che non succederà di nuovo. È in questa richiesta che si raccoglie il senso di ciò che gli ostaggi sono diventati per Israele alla vigilia del voto: per due anni i volti stampati sui cartelli di piazza degli ostaggi sono stati la verifica quotidiana di un patto, quello per cui lo Stato protegge chi vive entro i suoi confini e va a riprendere chi ne viene strappato. Le liberazioni hanno riportato a casa i vivi e i morti senza ricomporlo, il vertice politico che governava allora governa ancora, e gli ostaggi restano la prova vivente di un debito che nessuno ha ancora saldato.

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