Nove giorni di silenzi e di sicurezza ostentata. Dopo l’aggressione all’attore Davide Iacopini, i due adolescenti della banda della minicar hanno proseguito nella loro quotidianità come se nulla fosse successo. Come se non avessero trascorso le notti del 4 e del 5 ottobre nel quartiere Monteverde di Roma a caccia di passanti da picchiare. Incuranti degli appelli che si sono susseguiti a più voci, indifferenti alle condizioni di Iacopini, ricoverato in ospedale in terapia intensiva, hanno continuato a frequentare le lezioni, gli amici. Li hanno visti in giro per il quartiere, in piazzetta, al bar. La minicar lasciata parcheggiata sotto casa. Agli inquirenti, i genitori assicurano: «Non ci hanno raccontato nulla».
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Il più piccolo, sedici anni, ha una storia turbolenta, segnata da un lutto in famiglia. Alla fine dello scorso anno aveva deciso di lasciare la scuola e anche al corso serale si è spesso assentato. Il più grande, diciassette anni, figlio di un carabiniere, pare invece un ragazzo modello: mai una nota, mai una sospensione. Solo un furto di casse per la musica da piazzare sulla microcar, due anni fa, insieme all’amico di sempre.
La scorsa notte i carabinieri si sono presentati alla loro porta. Il più piccolo, sfrontato, ha cercato di negare. Il più grande ha confessato in lacrime davanti al pubblico ministero Ambrogio Cassiani: «Era solo uno scherzo. Un modo per divertirci». Ieri, a scuola, non si sono presentati. E ora il fratello maggiore di uno di loro racconta ai cronisti: «Insieme erano diventati esplosivi». Per questo qualche mese fa, «d’accordo tra le famiglie avevamo deciso che non si sarebbero più dovuti incontrare». L’uomo prosegue: «È giusto che mio fratello paghi per quello che ha fatto. Solo così potrà crescere. La colpa però è al 50% con l’altro amico. Ha sbagliato pure lui».
I carabinieri del nucleo investigativo di Roma hanno sequestrato i cellulari dei due adolescenti, accusati di tentato omicidio e lesioni, per analizzare chat, video e foto. Per capire se i ragazzi hanno ripreso le aggressioni, se le hanno condivise in qualche gruppo e si sono scambiati impressioni o timori. Acquisito anche il telefono della madre del diciassettenne su cui era installata un’applicazione per monitorare i movimenti della minicar del figlio. A chi le è vicino, la donna avrebbe spiegato di aver controllato l’app in quei giorni concitati, ma di aver pensato a una coincidenza. Difficile credere che il “figlio modello” potesse essere responsabile di quella caccia ai passanti. Acquisita dai carabinieri anche una dash cam, per ricostruire con esattezza il percorso di quelle notti.

Ora la faccenda passa alla procura dei minorenni di Roma che, dopo la formale apertura del fascicolo, potrà convocare i due adolescenti per interrogarli o, alla luce di quanto raccolto dai magistrati di piazzale Clodio, decidere di disporre un’eventuale misura cautelare. Non è escluso, inoltre, che chiedano agli investigatori ulteriori accertamenti.
La notte del 4 ottobre, in occasione del compleanno del sedicenne, i due ragazzi salgono in auto e cercano passanti da colpire. Con un calcio, un pugno, un bastone. Chissà, forse qualche risata, qualche pacca sulla spalla. Il 5 ottobre tornano in strada per altri venti minuti: «Ci sembrava un gioco». Iacopini batte la testa sull’asfalto e finisce in ospedale in condizioni critiche. Gli adolescenti scelgono la strada del silenzio, nella speranza di non essere individuati. Davanti ai magistrati? Non una pensiero per l’attore, non un segno di pentimento. «C’è una totale indifferenza verso l’altro», riflette il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
I racconti di alcuni ragazzi, fuori da scuola, lasciano interdetti: le minicar come status symbol, meglio se con la carrozzeria modificata, ancora meglio se con il motore truccato. I calci ai passanti? «Una sorta di moda». E c’è chi tira le uova o le bottiglie.
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