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Crisi del vino, la giacenza sale a 6,2 miliardi di bottiglie

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Solo due giorni fa era arrivato un S.O.S, stavolta da una Guida di settore, la Slow Food, che spiegava come decine di aziende avessero dovuto rinunciare a esser recensite non avendo imbottigliato i vini (rossi in primis) per non esasperare giacenze di cantina già vistose. E ora, ampia e dettagliata, ecco la conferma d’uno stato dell’arte davvero non felice.

A fornirla è stata ieri la Community “Visione Vino”, nata sotto l’egida del think-tank Teha, cioè il ben noto Studio Ambrosetti, per la prima volta in campo nell’eno-mondo con un rapporto presentato a Voghera, in casa del Consorzio dell’Oltrepò Pavese. Ed è stato un po’ come se a un paziente conscio di avere un problema, ma ancora in cerca d’una diagnosi completa e soprattutto d’un barlume di prognosi, fossero arrivati a pacchetto gli esiti degli esami strumentali.

In parcheggio 46,5 milioni di ettolitri

Il mondo complesso del vino italiano, passato in due anni da punta dell’agroalimentare e da un ciclo quadriennale di crescita continua e forte a settore in crisi, deve fare i conti con 46,5 milioni di ettolitri di giacenze, cioè circa 6,2 miliardi di bottiglie (+6,7% sul 2025, per oltre l’80% vino Dop o Igp, le classi alte). Intanto il prezzo medio perde il 10% su base annua (7% i Dop). E l’export, più nodale che mai visto il calo “storico” dei consumi interni, patisce le note strette internazionali (dagli Usa alla Russia) e la generale minor affezione al vino nei Paesi tradizionali (crescono invece Brasile, Mercosur e alcuni lembi d’Asia ed Est) e continua a scendere nei primi sei mesi del 2026 (del 4% in volume e 6,2 in valore, il doppio rispetto alla “concorrente” Francia.)

Un mix di dati, giacenze in testa, che – ha spiegato dal palco di Voghera Benedetta Brioschi, “voce” del think-tank – rischia di zavorrare a medio-lungo termine il comparto, che proprio in questi giorni misura il peso della nuova vendemmia, in alcune aree ancora in corso.

Una sirena d’allarme che non può non indurre a far quadrato attorno a uno spicchio dell’economia italiana che per “Visione Vino” (che punta ad approcciare il perimetro della filiera estesa, dunque non solo viticoltura e trasformazione, ma anche servizi alle imprese, intermediazione, distribuzione e ristorazione) vale il 2,1% del Pil, cioè oltre 40 miliardi. Partendo da un fatturato “stretto” 2025 da 16,5 cui si aggiungono i 20,3 prodotti da attività collegate (per 36,8 miliardi di giro d’affari) e con un valore aggiunto diretto di 15,1 miliardi che con gli effetti indiretti e indotti su filiere a monte sale ai 40 totali. Oltre il 10%, cioè, del valore aggiunto dell’intero comparto agroalimentare nazionale esteso.

Un settore troppo frammentato

In dettaglio si parla per il vino di 241 mila aziende agricole, oltre 1.500 imprese industriali e 681 mila ettari vitati. E proprio nella struttura di questo agglomerato si celano secondo il report Teha sia le radici critiche che i semi da coltivare per reinnestare la marcia giusta. Che, a fronte del trend di erosione di consumo nei paesi “storici”, non può non passare per l’internazionalizzazione. Primo e ben noto problema resta però la frammentazione. Il 95% del settore è fatto di piccole imprese titolari del 48,8% del fatturato, contro il 43,9% delle medie che però sono solo il 4,8%, con le grandi allo 0,3% appena del totale.

Urgono dunque per competere (sull’export anzitutto) aggregazione e consolidamento. Un must la cui chiave risiede oggi per Teha nel passaggio generazionale, leva di nuova visione sul reti e alleanze e di nuove competenze manageriali, finanziarie e commerciali.

E almeno su questo fronte gli indici incoraggiano. Il ringiovanimento è in pista. E i primi esiti parlano: le aziende vitivinicole familiari (un 65% che sale a 81% includendo le coop) già a dama col passaggio hanno ricavi saliti dell’8,8% e investimenti dell’8%. Ed è quasi un terzo del totale quello che nel 2025 aveva ultimato la svolta, mentre nel 39,2% il processo è in corso. Il risultato è che già ora gli imprenditori del vino hanno 45 anni di età media rispetto ai 60 del settore agricolo globale. Un fattore che dovrebbe aiutare ad aprire nuove prospettive anche sull’uso di nuovi strument come l’intelligenza artificiale, dove oggi i consumatori (40% di “user”per indicazioni su enoturismo, scoperte e acquisti) paiono più avanti degli imprenditori di settore, fermi a poco più del 30%.

Chiosa Paolo Ziliani, profonde radici franciacortine (è a.d. di Guido Berlucchi) e fresco sbarco in Oltrepò con doppia acquisizione e la neo-label Donelasca: «Una delle chiavi è una sempre maggiore e più originale identità dei territori. Esempio: l’Oltrepò, già terra di Pinot Nero e di grandi bolle, quelle che ancora tirano, diventi patria di quelle Rosé. Ne sarebbe leader, e avrebbe strada ancor più aperta».

Altra strada per la rimonta, differenziare e ampliare la specializzazione enoturistica (amplificatore anche per vendite dirette e indirette). Per Ettore Prandini, presidente Coldiretti, sarà utilissimo a questo proposito il Coltivaitalia, disegno di legge sugli aiuti al settore agricolo già passato alla Camera, che da novembre assicurerebbe, tra le altre misure, via libera e sostegni alle cantine che volessero dotarsi di una vera e propria struttura ricettiva.

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