Dopo la Francia, brucia l’Italia. C’è una foto, tra le tante degli scontri di ieri pomeriggio arrivate in redazione, che ricorda plasticamente gli elementi di un’altra, più tragica immagine di 25 anni fa: una camionetta dei carabinieri, un ragazzo con un estintore in mano e il volto coperto. Era il 20 luglio del 2001, in Piazza Alimonda a Genova, quel ragazzo era Carlo Giuliani e poco dopo morì.
LE LETTERE
De Giovanni risponde ai lettori: la generazione che riscopre il valore di manifestare
MAURIZIO DE GIOVANNI
L’odore di bruciato nelle strade, il suono delle bottiglie rotte e della devastazione, l’odore acre dei fumogeni a Torino, Milano e Bologna, rimandano all’orrore di quel giorno, la lunga guerriglia del G8. Ora come allora, tanti ragazzi sono in piazza per ragioni giuste, condivisibili. Ora come allora, la legittima voglia di esprimere il dissenso verso chi governa viene usata, stuprata da chi ha altri interessi e ne cerca l’espressione nella battaglia, nella violenza cieca e fine a sé stessa, nella devastazione delle città e della vita di chi le abita.

Il Paese sta soffrendo. Prezzi alle stelle, case irraggiungibili, salari da fame, bollette e benzina sempre più salate, tasse in aumento, sanità solo per ricchi. Il disagio delle fasce più deboli è evidente e stringe il cuore ogni giorno registrare l’escalation della povertà degli italiani. La libertà di manifestare, di protestare per questo disagio, deve essere intoccabile. Ma non in questo modo. Perché così si fa il gioco di chi non vede l’ora di reprimerla, così si giustificano le limitazioni e i giri di vite di volta in volta invocati e spesso adottati, si giustificano persino le cariche delle forze dell’ordine verso ragazzi incolpevoli. La foto dei professori che a Torino fanno da scudi umani agli studenti in corteo, per proteggerli dalle manganellate della polizia, pubblicate ieri dal nostro giornale, sono l’emblema di questo corto circuito.
IL RETROSCENA
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Invece, succede sempre più spesso. Lo abbiamo visto nei cortei degli studenti dei giorni scorsi, nelle manifestazioni dei no-Tav e in molti altri casi. Black bloc e incappucciati spuntano dal nulla e attaccano. Chi sono? Cosa vogliono? Le banlieue francesi, le seconde generazioni in Italia, gli anarco insurrezionalisti, gli agitatori di professione che nel nostro Paese sono in assetto permanente dal dopoguerra, si saldano nell’attacco allo Stato, ma anche a noi, che siamo lo Stato.
È una vergogna che a Torino devastatori seriali abbiano fatto irruzione in una libreria, in un luogo simbolo della cultura e della libertà come Feltrinelli: uno sfregio a gran parte di quello che, chi sta manifestando pacificamente in questi giorni, vuole ribadire: più istruzione, una società più equa, meno guerre. Ci sono icone che non si possono e non si devono toccare.
Torino, vandalizzata la libreria Feltrinelli nella stazione di Porta Nuova

Ieri, in un’altra piazza, a Roma, una manifestazione affollata e pacifica ha espresso in modo netto il dissenso verso la politica del governo, quella organizzata dalla Cgil. Migliaia di persone hanno sfilato insieme ai leader del Campo largo e hanno dato dimostrazione che la libertà è partecipazione pacifica.
LA MANIFESTAZIONE
Il popolo dell’alternativa in piazza a Roma con la Cgil, Landini: “Il 20 novembre sciopero generale”

La politica è chiamata a uscire dai talk televisivi e scendere tra i nostri ragazzi, tra i pensionati e i lavoratori, a fare l’opportuno distinguo tra le legittime ragioni di chi vuole esprimere il proprio dissenso e disagio manifestando pacificamente, e chi vuole solo generare caos attraverso la violenza. Chi governa e chi è all’opposizione non si abbandonino alla tentazione di strumentalizzare le piazze, in un senso o nell’altro, per piccoli interessi di bottega elettorali. Siamo tutti chiamati, la politica per prima, all’analisi di quello che sta accadendo dalla Francia all’Italia e che rischia di allargarsi a macchia d’olio.
la manifestazione
Corteo a Milano, violenti scontri in Duomo: piazza evacuata. Sassi, tavoli e sedie contro la polizia

Oggi è l’ora della condanna, senza ambiguità né strumentalizzazioni, sia a sinistra sia a destra, delle devastazioni e delle violenze di ieri. Il giorno dopo, una volta ripulite le strade e riparate le vetrine, verrà il tempo di separare le ragioni di chi manifesta in pace e di chi semina il caos: si deve cercare di capire i primi e isolare i secondi. Per scongiurare il rischio reale che le falangi degli incappucciati si ingrossino ogni giorno di più, magari attingendo proprio all’esasperazione di chi finora ha urlato il proprio disagio, ma è rimasto inascoltato.
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