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Milano, Torino, Bologna: la protesta sul carovita si trasforma in guerriglia

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Sabato italiano, non uno qualunque. Ieri pomeriggio nelle vie del centro di Torino, Milano e Bologna è andato in scena lo stesso, inaspettato copione. Da venerdì in serata gira sui social, Telegram e Tik Tok, un volantino con su scritto “Tutti in Piazza, manifestazione nazionale”. I cortei sono convocati alle 15 in tutte le più grandi città italiane e i motivi della protesta sembrano tanto legittimi quanto confusi. Tutti in piazza per protestare contro «carovita», «sanità scadente», «stipendi bassi e affitti alti» e poi «sicurezza nelle strade assente» e «governo assente». Tanti, tantissimi giovani e giovanissimi, rispondono forse anche sulla scia delle mobilitazione degli studenti dei giorni scorsi, nate in Francia e poi arrivate anche in Italia con le occupazioni di scuole e licei.

Cortei partecipati da migliaia e migliaia di persone che si sono sciolti e trasformati in violenze e vandalismo. A Torino la manifestazione, che avrebbe dovuto concludersi in piazza Castello dopo aver attraversato il centro, ha invece deviato dopo che alcuni giovani dei collettivi studenteschi hanno preso il controllo del corteo. Un gruppo entra nella stazione di Porta Nuova e devasta la libreria Feltrinelli, con scaffali svuotati e libri scaraventati a terra. Tra lanci di bombe carta e bottiglie, cassonetti e qualsiasi altra cosa a disposizione, va avanti per ore una sorta di gioco al gatto e al topo tra violenti e forze dell’ordine che si conclude con una dozzina di persone fermate dalla polizia. Dieci sono minorenni.

Anche a Bologna si ripete lo stesso copione. Alle 15 parte un corteo di circa tremila persone, tantissimi sono studenti. Si manifesta per la vita che è troppo cara, per il diritto allo studio, contro le guerre. Sembra tutto tranquillo fino a che circa 300 incappucciati si staccano e iniziano a lanciare bici elettriche, segnali stradali, sedie, tavolini. La polizia risponde con fumogeni e idranti. Anche la basilica di San Petronio viene imbrattata, chiusa per precauzione la stazione. A fine giornata ci sono 21 poliziotto feriti e una decina di fermati.

È a Milano però che il bilancio è più pesante. La tensione si alza subito dopo l’inizio del corteo, con il lancio di bombe carta e fumogeni contro la polizia. Che risponde e carica, ma è solo l’inizio. La protesta si allarga in piazza Duomo, dove vengono divelte le transenne, e in fretta si disperde tra le vie del centro, come sempre piene di turisti che restano a guardare inorriditi e spaventati.

Torino, vandalizzata la libreria Feltrinelli nella stazione di Porta Nuova

I negozi chiudono le serrande, chi è dentro sta con il caso appiccato alle vetrine per capire che capita. Fino a tarda sera il centro città resta ostaggio non di un blocco organizzato, ma di decine e decine di giovani e giovanissimi che buttano a terra biciclette elettriche e cestini della spazzatura, lanciano sassi, petardi. Smontano un’impalcatura e ne fanno un falò in Corso Vittorio Emanuele II. «Movimento dinamico ma organizzato. Difficile da contenere. Un bel casino» sintetizzano le forze dell’ordine sul posto.

Tra le vetrine delle boutique e dei ristoranti sempre pieni l’aria si fa irrespirabile. Tanti portano un fazzoletto per coprire la bocca, alcuni indossano il passamontagna. Sono tutti, invariabilmente, vestiti di nero. Un colore che non è segno di appartenenza a un’idea, ma la divisa di una generazione: non solo i cosiddetti “maranza” si vestono di nero, ma quasi chiunque abbia tra i 12 e i 20 anni. Che poi è la stessa età di queste piazze amorfe e pericolose. Tanti sono ragazzi di seconda generazione. Qualcuno porta sotto la maglia una spranga, tutti sicuramente hanno un cellulare da sfoderare. Ridono e si scattano un selfie con posa da duro davanti alle imprese che ritengono più significative. Il falò di immondizia, la vetrina divelta. Fanno un video, ridono, scappano da un’altra parte e si ricomincia.

Ogni tanto parte un coro. «Siamo tutti antifascisti» gridano mentre all’angolo tra piazza Duomo e via Torino sradicano un cartello stradale. C’è qualche bandiera della Palestina. Due ragazze resistono sedute a terra, con la bandiera della pace e il cartellone “Qui nessuno è straniero”, ma poi sono costrette a scappare. Arriva un’altra carica di fumogeni. Verso le otto la situazione pare rientrare. Circa sessanta i fermati portati in questura, la metà sono minorenni. Quattro i poliziotti trasportati d’urgenza in ospedale e feriti anche tra i manifestanti. Il centro sociale Cantiere ci mette la firma: «Il mondo è nostro, la città è nostra». La tregua però è apparente, perché danni e scontri con la polizia vanno avanti fino a tarda sera. «Avete fatto feriti – urla un poliziotto col megafono – devastazioni e altri reati, che altro volete fare a quest’ora?».

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