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Comincia la fase due del pontificato: dare un impulso collegiale per la pace

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Geopolitica di pace e risanamento della Chiesa dagli scandali. «Più che una fase due del pontificato il rientro in Vaticano comporterà nuovo inizio e rilancio dell’azione di Leone – avverte il vescovo Domenico Mogavero –. Il Papa si concentrerà sull’annuncio cristiano e sulla pace quale priorità: come recitano gli angeli a Natale “gloria a Dio e pace agli uomini”. E pace è stata la prima parola del Papa appena eletto. Non solo un obiettivo geopolitico ma un bisogno profondo della Chiesa e della povera gente coinvolta nelle inutili stragi belliche. Adesso il Papa convalescente si sente ancora più carico di responsabilità verso le vittime innocenti delle guerre e si mette in gioco direttamente. Di saper decidere e governare Leone ha dato prova: senza rumore, con garbo e rispetto per i ruoli».

Il modello della fase due è l’operazione “no war” in Ucraina culminata con il colloquio telefonico al Gemelli con Vladimir Putin. «Appena sarà decisa la terapia si procederà “per facta concludentia”, cioè modulando il da farsi in base a ciò che accadrà – spiega il canonista don Filippo Di Giacomo-. Una prefigurazione di ciò è l’impegno per fermare la guerra russo-ucraina: un lavoro di squadra tra emissari papali, vescovi e diplomatici sul posto, colloqui all’Onu del segretario di Stato Pietro Parolin. La Chiesa è una comunione di cui fanno parte anche gli apparati di governo, il colloquio Prevost-Putin è salto di qualità: non partita in solitario che scende dall’alto ma che al contrario sale dalla base».

Nella dimensione globale della Chiesa «il Vaticano è solo un quartiere di Roma. Ora ci sarà un pontificato ancora più ispirato al discernimento che Leone farà su ciò che gli giunge dall’istituzione e che condivide con una Segreteria di Stato in cui ripone piena fiducia».

Non depotenziamento bensì accelerazione del Magistero selezionando quanto necessario e delegando il resto. «Il Pontefice non rinuncerà all’esercizio del primato petrino aperto alla collegialità: “cum Petro et sub Petro”. Accentuerà la sinodalità coinvolgendo il collegio cardinalizio, le conferenze episcopali e i dicasteri di Curia – evidenzia l’arcivescovo Michele Pennisi-. In base alle condizioni della sua salute rimodulerà il programma dei viaggi con particolare precauzione nella visita in America Latina oltre i 3000 metri per i problemi respiratori a quelle altitudini. Poi seguendo i suoi predecessori continuerà nell’impegno per la pace, nel dialogo ecumenico in vista del Giubileo del 2033, nella graduale riforma della Chiesa e nel risanamento degli scandali come annunciato a Lourdes».

Il ministero petrino, infatti, supera le periodizzazioni. «Adesso il ritorno del Papa all’attività ordinaria offre l’occasione per riflettere sul significato del suo servizio alla Chiesa e al mondo – dice padre Giulio Albanese, consigliere della Segreteria di Stato –. In un contesto segnato da radicalizzazione dei conflitti e indebolimento del multilateralismo, mantenere aperti i canali diplomatici costituisce una responsabilità morale. La pace richiede pazienza, perseveranza e capacità di confrontarsi anche con interlocutori difficili. La credibilità ecclesiale dipende dalla capacità di riconoscere le proprie ferite, assicurare giustizia e promuovere una cultura della prevenzione e della trasparenza. La Chiesa appartiene a Cristo perciò il Successore di Pietro è chiamato a servirne la comunione custodendo l’unità e confermando i fratelli nella fede. L’autorità trova fondamento nel Vangelo e si esercita in una comunità che cammina nella storia. Papa Prevost non è un uomo solo al comando né il proprietario della Chiesa, ma il primo servitore della sua unità e della sua missione».

La fase due parte proprio dalla «distinzione tra la persona del Pontefice e la missione che gli è affidata» restituendo centralità al «significato autentico del ministero petrino». Ogni Papa «porta con sé una sensibilità, una formazione e un’esperienza umana differenti. Francesco ha dato un impulso decisivo alla dimensione missionaria e sinodale della Chiesa, con uno stile pastorale fortemente riconoscibile. Leone XIV esprime una propria sensibilità, maturata anche attraverso l’esperienza in Perù e il servizio episcopale». Aggiunge padre Albanese: «Il rischio della personalizzazione è quello di ridurre la complessità della vita ecclesiale. La Chiesa è una realtà ben più ampia».

Prevost «indica la strada, incoraggia e accompagna» mentre «il Vangelo prende forma nella vita concreta delle persone». Così tornare a recitare l’Angelus a San Pietro è lo spunto per «cogliere ulteriormente il suo modo di rivolgersi ai fedeli e al mondo», nella rimodulazione di «un Magistero che pone al centro la dignità della persona e la necessità della pace».

Il governo ecclesiale «richiede capacità di decisione, ma trova nella corresponsabilità una risorsa fondamentale. La collegialità supera la semplice redistribuzione degli incarichi. Implica reale disponibilità all’ascolto, valorizza le competenze e favorisce il discernimento comune».

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