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Putin usa il gelo, Trump il petrolio: la pace in ostaggio

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La guerra in Ucraina si combatte sul fronte ma anche nelle scelte di Washington. La tregua energetica annunciata da Trump non ha fermato gli attacchi russi contro Kiev né quelli ucraini alle infrastrutture petrolifere russe. Intanto Washington deroga ad alcune sanzioni. Mosca potrebbe ottenere al tavolo ciò che non conquista sul campo.

Tre pressioni si intrecciano: l’offensiva energetica russa, le priorità economiche americane, il futuro della sicurezza europea.

La prima pressione passa dall’energia. Alle porte dell’inverno, Mosca colpisce la rete elettrica ucraina per paralizzare l’economia e logorare la popolazione. Kiev colpisce le raffinerie russe per indebolire l’economia russa. Con effetti diversi sui civili, entrambe vogliono fiaccare la resistenza avversaria. L’energia è arma contro Kiev, fonte di entrate per Mosca e problema d’inflazione per Washington.

Qui nasce la seconda pressione. Il petrolio rincara e Trump, prima del voto, vuole contenere il prezzo del diesel. Kiev cerca di rendere la guerra più costosa per Putin; la Casa Bianca vuole rendere l’energia meno cara per gli americani. Le aperture americane sul diesel russo, le deroghe alle sanzioni e le pressioni per fermare i raid ucraini rischiano di favorire Mosca senza contropartite. Trump vuole fermare i raid ucraini, Zelensky chiede reciprocità; Mosca non ha accettato la tregua annunciata. La pressione sui russi rischia così di diminuire prima delle concessioni.

La terza pressione riguarda il negoziato. Putin vuole consolidare le conquiste sul terreno, limitare la sovranità ucraina e incidere sulla sicurezza europea. Nel Donetsk i tre obiettivi convergono. Rivendicare la cintura fortificata di Sloviansk e Kramatorsk significa ottenere al tavolo difese mai conquistate sul campo. Più Kiev cede terreno, più le servono garanzie; più queste sono credibili, più Mosca le respinge. Si rischia di scambiare difese reali con promesse incerte.

Putin scommette che la resistenza ucraina e la coesione occidentale cedano prima della capacità russa di combattere. Finché Washington attenuerà la pressione, Mosca avrà pochi incentivi al compromesso. L’Europa deve trasformare risorse e capacità militari in deterrenza credibile, anche con meno sostegno americano, o lasciare a Mosca il potere di condizionare la sicurezza europea.

Questa paralisi dà significato alla telefonata tra Leone XIV e Putin. Da una stanza d’ospedale il Papa ha chiesto una tregua nella città di Oleshky per far arrivare aiuti ed evacuare i civili in sicurezza. Non cerca di risolvere la guerra: la richiesta è una sonda diplomatica. Verifica se si possano proteggere i civili senza sciogliere i nodi territoriali e militari. Il Cremlino si dice disponibile, ma la prova saranno gli eventuali aiuti consegnati e i civili evacuati. Un impegno rispettato non dimostrerebbe volontà di pace, ma potrebbe aprire altri accordi verificabili.

Dove le potenze non si accordano sui territori, la Santa Sede cerca un’intesa per proteggere le persone. La diplomazia umanitaria non sostituisce la pace, ma può impedire che l’assenza di pace diventi assenza di diplomazia.

Ecco il paradosso: ciascuno negozia con la leva che possiede. Putin usa il freddo contro i civili, Trump il diesel, Zelensky la resilienza; l’Europa cerca di colmare il vuoto americano. Un Papa convalescente prova a portare pane a una città assediata. Non è un dettaglio umanitario: rivela che Leone cerca di contrastare la “weaponizzazione” della sofferenza, trasformata in strumento di coercizione.

Si profila dunque uno stallo dinamico: nessuna vittoria decisiva, ma una guerra di logoramento crescente. L’inverno diventa una prova strategica. Mosca cerca di stremare l’Ucraina colpendo civili, energia ed economia; Kiev deve dimostrare di poter resistere e continuare a colpire le risorse russe. Entrambe combattono già per il prossimo negoziato. La posta dell’inverno non è solo chi resisterà meglio, ma chi arriverà alla primavera con più forza per trattare.

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