Home Business Cacciari: “Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei...

Cacciari: “Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei loro padri”

0
1

C’è il fallimento della democrazia e l’assenza di risposte da parte dei governi dietro le proteste che da due giorni sono esplose in Italia, secondo Massimo Cacciari, filosofo, oltre trent’anni di politica, da sempre attento osservatore di questioni sociali ed economiche.

Ieri per il secondo giorno a Milano la protesta è diventata guerriglia. E lo stesso è avvenuto sabato a Torino, Bologna…
«E a Parigi, in Spagna…».

Però iniziamo da quelle italiane. Pensa che ci siano differenze rispetto alle proteste scoppiate oltre confine?
«Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile».

Intollerabile perché?
«Perché una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali. La democrazia non è un’idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive».

«Quindi si tratta di una protesta legata al malcontento o c’è altro dietro la guerriglia nelle piazze?
«Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata, a volte, anche nel passato. Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze. Basta vivere nel mondo della scuola o a contatto con i giovani per capire la frustrazione profonda che provano per le vergognose politiche dei padri».

L’Italia è arrivata più tardi alle proteste rispetto alla Francia e alla Spagna. C’è stato un effetto emulazione, un malcontento meno sentito?
«Una settimana prima o una settimana dopo, che cosa cambia? Sono processi storici che vanno analizzati un po’ più dall’alto».

Si parla di una regia dietro le proteste . Che ne pensa?
«Ma no! Una regia europea, il grande vecchio, ma perché?».

Quindi nessuna regia, nessuna strumentalizzazione delle piazze e nessuna differenza tra l’Italia, la Spagna e la Francia?
«Le differenze ci sono e dipendono dalla situazione locale. Per esempio, in Spagna la protesta può essere più legata ai problemi relativi alla casa, mentre in Italia lo è di meno, perché l’80% degli italiani in un modo o nell’altro, magari in condizioni penose, ma ha la casa di proprietà, oppure ha affitti popolari bassissimi. Al di là di questi dettagli, ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte e le persone di buonsenso come il sottoscritto stanno ripetendo da anni che non si può andare avanti così, che la democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici. La democrazia si regge sulla base di politiche concrete che difendono i giovani, che danno loro speranza, che proteggono i redditi più bassi, che combattono le disuguaglianze sociali. Senza questo tipo di interventi non possiamo stupirci che non si vada avanti. In Europa, poi, che è la terra del welfare?».

Se non è la casa, che cosa ha spinto gli italiani a scendere in piazza? L’assenza di politiche per i giovani? La difficoltà nel trovare un lavoro?
«C’è una situazione di frustrazione, un malessere generale. Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente. Se si resta rintanati in un palazzo forse è difficile rendersene conto».

Meloni ha chiesto all’opposizione di uscire dall’ambiguità e condannare le violenze. Non una parola sul malcontento di chi era in piazza.
«Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente? Sia chiari, però, non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni. I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove. Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?».

La gravità della situazione economica e sociale può giustificare le violenze?
«Ma è ovvio che condanniamo le violenze. Per carità di Dio, su, questo è retorico. Però, se la situazione si esaspera durante una manifestazione ci possono essere anche i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere. Ma questo c’è sempre stato, non è una novità di oggi».

Dopo questa ondata di proteste la classe dirigente politica troverà le risposte che la piazza attende?
«Speriamo che si sveglino. Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea e che sta mettendo in crisi proprio gli assetti fondamentali, materiali delle nostre democrazie, non si va avanti. Se, invece, riescono a fare questo sforzo mentale può darsi che si sia anche un contraccolpo e comincino a livello europeo politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti».

Pensa che sia possibile questa presa di coscienza?
«La crisi in atto è stata denunciata sul piano scientifico, sono stati assegnati premi Nobel o sono stati candidati al Nobel economisti chi hanno avvertito che non si può andare avanti così. Penso, per esempio, a economisti come Joseph Stiglitz o Thomas Piketty. E la classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?».

Da novembre partiranno una serie di elezioni in Europa che potrebbero portare a cambiamenti delle classi politiche. Sarà questa la risposta alle piazze?
«Il grande rischio è che a questo punto, vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici, che aprono la bocca soltanto per denunciare le violenze, non per rimuoverne le cause».

E in Italia? Da cinque anni governa la destra e potrebbe vincere ancora. Un’anomalia?
«Sì, un’anomalia: malgrado non abbia fatto nulla e siano fallite tutte le riforme che proposte in campagna elettorale, il governo Meloni è durato cinque anni, dimostrando la notevole abilità della leader e la pochezza delle opposizioni che discutono di primarie. Come fidarsi della provvidenza divina».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it