In una delle file da concertone, le uniche ordinate di tutta Roma, per entrare in Piazza San Pietro a «vedere come sta il Papa», c’è un veterano della Seconda guerra mondiale. Ha quasi cent’anni, è americano, un po’ sordo, ha i baffi da Sam Elliott e il volto da sceriffo, il cappellino con gli stemmi militari, la cravatta di cuoio. È seduto in carozzina, la spingono tre nipoti e suo figlio. Gli si avvicinano un sacco di persone, gli prendono le mani, gli dicono grazie. Lui risponde a tutti: anche a te.
OGGI ALL’ANGELUS
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In piazza, le file si disperdono e ricompongono in gruppi irregolari, lasciando molto spazio tra gli uni e gli altri. Visti da un drone, sono piccoli continenti in un grande emisfero. Come ogni domenica, come sempre in questa piazza, c’è qualcuno da tutto il mondo. E tutti hanno addosso qualcosa (un cappello, un bandiera, una spilla) che dice da quale Paese. Ci tengono a far sapere da dove vengono molto di più che a mostrare un simbolo di fede. Pochi anche gli striscioni. Su uno c’è scritto «Solo l’amore crea». Firmato: Milizia dell’Immacolata. Niente divise da Papa Boys, t-shirt con la faccia di Prevost, bandierine delle Guardie svizzere. Nessuna incandescenza, tensione, preoccupazione. Nessuno prega: tutti si cercano. È una piazza di persone che vogliono conoscersi, stringersi. Una delegazione camerunense, coloratissima, attrae dei sacerdoti indiani, uno di loro si offre di fotografarli, prima di scattare dice «One, three, two». Ridono tutti, capiscono il gioco. Non c’è un’altra piazza al mondo, oggi, in cui è tanto chiaro che siamo tutti uguali perché siamo tutti diversi. In altre piazze, ragazzi e ragazze sono scesi per ribadirlo.
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Sono le 10 del mattino, Prevost terrà l’Angelus tra due ore, la piazza è piena per metà. Nessuno mangia, nessuno fa le cose che si fanno per ingannare l’attesa: quello che sono venuti a vedere e sentire, in fondo, è già iniziato. Non c’è l’atmosfera mistica, sospesa, irreale, che c’è quando si ammala un Papa. Il «sano realismo agostiniano» con cui Leone XIV affronta la malattia sembra essersi irradiato nei fedeli della sua Chiesa, negli atei devoti che il cristianesimo anima sempre, nei credenti in borghese che, più emozionati che emotivi, con grande allegria sono venuti a salutarlo, a mostrarsi mondo. Perché del mondo ha bisogno chi deve curarsi, e il Papa stesso lo dirà, prima di congedarsi, alla fine dell’Angelus, dopo aver ringraziato i medici: «Vi ho sentiti tutti molto vicini».

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Quando manca un quarto d’ora all’inizio, la delegazione della Comunità di Sant’Egidio, piena di uomini e donne nere, canta e balla una canzone che contagia tutti, nello spicchio nord-est della piazza, e che non parla di Dio, ma dice: «Possiamo cambiare il mondo, tutto è possibile». Una delegazione brasiliana, con i cappellini gialli e uno stemmino di Padre Pio stilizzato, comincia a invocare Leone. Che appare pochi secondi dopo il boato del cannone del Gianicolo. E dice: «Cari fratelli e care sorelle, buona domenica!». Lo dice con una vivacità informale calibrata alla perfezione sull’allegria della piazza, che risponde entusiasta, ma misurata, e gli riserva un calore laico e temperato. Chiunque abbia assistito a un concerto di una popstar, sa benissimo che nei primi dieci/quindici minuti, il pubblico è tarantolato, adorante, venerante, irragionevole. Il capo supremo della Chiesa cattolica, il corpo umano più vicino a Dio, invece, non suscita niente del genere. C’è folla ma non c’è calca mentre il Papa parla, qualche signora manda baci al cielo, qualche altra alla Chiesa di San Pietro, qualche altra al marito. Radi i mariti. Qualcuno propone alla moglie un selfie su sfondo di finestra del Palazzo Apostolico con pontefice affacciato, ma viene respinto. In alto i telefoni vengono usati quasi solo per filmare Prevost, il suo Angelus dura una manciata di stories. Non scalda ma fa di meglio: infonde brio. Nessuno è qui a dire al Papa che vincerà la sua battaglia, e quando lui dice che tornerà gradualmente a fare tutto ciò che deve, si sente un applauso pieno di respiri di sollievo. Sappiamo tutti che il solo capo di Stato non prossimo alla tirannia o alla destituzione, in questo momento, è lui.
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