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Se la politica non intercetta la rivolta

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Proprio non capiscono, lor signori, di che pasta sia fatta questa rivolta, così francese, in un Paese come l’Italia, storicamente alieno a fiammate di spontaneismo. La violenza è inaccettabile, sempre e comunque. E andrebbe condannata possibilmente in maniera unitaria e senza polemiche. Ma la rivolta non è solo tema di questure. È questione politica le cui radici vanno indagate in sé. Giovani che vanno in piazza solo per distruggere senza un obiettivo sono anche un default politico-morale del sistema.

La classe dirigente, invece, del complesso dei movimenti di questi giorni non sa leggere sentimento e risentimento, confermando, così il proprio essere altrove rispetto a un pezzo di realtà. La destra, spaventata, si limita a criminalizzare, facendo della violenza, sempre esecrabile, la chiave del tutto ed evocando presunte contiguità della sinistra politica. Peccato che questa roba sia proprio un altro campo, certo non il campo largo.

La verità è che la stessa sinistra è spiazzata e misura la sua crisi rispetto alla rappresentanza del disagio. Dice l’ovvio Elly Schlein: «L’Italia è incazzata e impoverita». Però è una pia illusione che questa rabbia possa, automaticamente, trovare uno sbocco nella “Nuvola”, e il luogo è straordinaria metafora di un mondo a parte, dove si celebra un festival dell’ambizione di una leader che si candida a palazzo Chigi prima di offrire un progetto al Paese, in un rito per iniziati, tra modifiche dello statuto e primarie. Accadde così anche ai tempi del popolo di Gaza: quell’indignazione si mobilitò sulla Costituzione, rimase poi a casa quando alle amministrative si trovò davanti i cacicchi.

Guardate la sequenza del fine settimana. In altri tempi, sarebbe stata la piazza della Cgil il cuore di un movimento, di lotta sì, ma ordinato nelle rivendicazioni ed egemonico rispetto al resto. Sarebbero andati lì gli studenti e non a spaccare le vetrine, trovando pure un servizio d’ordine meno attempato.

Qui invece la sinistra sindacale non è parte di un gorgo che indirizza, ma istituzione che supplisce con parole d’ordine politiche a un deficit di rappresentanza reale. Se possibile, l’ancoraggio sociale della sinistra politica è ancora più lasco.

E allora, sgombriamo il campo dagli equivoci. La violenza è, in una democrazia, l’unico discrimine rispetto alla libertà del dissenso, anche il più radicale. Né il disagio sociale la giustifica. Però, per gestire l’onda montante, è col disagio che tutti dovrebbero misurarsi.

Come in Francia e come in Spagna, la collera è il segno della nuova fase che si è aperta. Dentro contiene di tutto. C’è l’euforica innocenza dei ragazzi e la mente criminale dei professionisti dell’eversione, italici e forse non solo visto che qualche mago del Cremlino come Aleksandr Dugin inneggia alla rivolta qui.

Ci sono le mamme e le prof che fanno da scudo umano e i no vax che, dopo il Covid, hanno scoperto Vannacci. E, poi, le prime generazioni dei licei del centro e le seconde modello banlieu, chi contesta gli edifici fatiscenti delle scuole, chi il carovita, chi si unisce alla protesta degli agricoltori.

Il Sessantotto non c’entra proprio nulla, perché lì si sognava la rivoluzione e si voleva cambiare il mondo, come lo si voleva cambiare a Porto Alegre – ricordate? «Un altro mondo è possibile» – ora la miccia è invece proprio la paura del futuro, che da almeno quindici anni entra nelle nostre case come ansia, costo sociale ed esistenziale, dalla crisi economica all’inflazione galoppante passando per le guerre.

Si spiega così, con la paura, la sproporzione tra rivendicazioni che evocano le parole d’ordine ragionevoli delle antiche socialdemocrazie – case, scuole, ospedali – e le forme di rabbia montante contro il sistema, che ha perso la ragionevolezza di un equilibrio sociale e generazionale.

Come si rappresenta la collera con la politica ritrovando un equilibrio è la questione squadernata. Attiene alla costruzione di un futuro della collettività, impresa ardua per chi ha rinunciato a costruire un popolo.

Chi ne ha sobillato le paure contro l’establishment ora è establishment con le casse vuote davanti alle piazze piene e alle proprie categorie in rivolta, dagli autotrasportatori ai pescatori. Chi ha rinunciato alla discontinuità di pratiche e di uomini, non vede che il suo assetto attuale è il problema e non la soluzione per parlare alle nuove generazioni.

Attenti che la collera, senza politica, è esposta a una radicalizzazione. Oppure a un esito politico diverso ma separato, nel Paese che periodicamente si innamora di un nuovo castigamatti.

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