Home Business Mosca e Kiev, l’accordo che conviene ai due nemici in difficoltà

Mosca e Kiev, l’accordo che conviene ai due nemici in difficoltà

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La definizione di «costruttivo» che Steve Witkoff ha dato al colloquio avuto con Vladimir Putin nella sontuosa sala del palazzo Konstantinovsky di Pietroburgo, e la promessa di riprendere un negoziato trilaterale «tecnico» tra Usa, Russia e Ucraina, fanno parte di un vocabolario diplomatico molto lontano dal roboante annuncio di un vertice di pace che probabilmente Donald Trump gli aveva chiesto di portare. Lo scarno post dell’inviato speciale del presidente americano in Russia si può leggere come una banale constatazione che si è parlato di come continuare a parlarsi, e i commenti abbastanza trattenuti dei funzionari del Cremlino – «Non ci sono molte novità utili», è stato il giudizio del consigliere diplomatico Yuri Ushakov – fanno capire che anche loro si aspettavano di più. Però, la diplomazia seria, non quella a beneficio delle telecamere e dei social, di solito rifugge dai riflettori, come si è visto anche dalla visita apparentemente inconcludente di Witkoff e di Jared Kushner a Mosca e Kyiv, a inizio settembre, e della ancora meno pubblicizzata tappa dell’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev a New York, il 24 settembre scorso: probabilmente è stato proprio in quell’occasione che è maturato l’accordo sulla vendita del gasolio russo negli Usa, che due settimane dopo avrebbe innescato l’ennesima svolta di Trump verso Mosca.

Una svolta che ha costretto Volodymyr Zelensky a cercare – come già nel febbraio 2025, dopo essere stato cacciato da Trump dallo Studio Ovale – il sostegno degli europei, e della parte più equilibrata dell’establishment repubblicano di Washington. Il post di ringraziamenti dedicato da Zelensky a Marco Rubio mostra chi sono gli interlocutori prediletti dell’Ucraina negli Usa, e quali mosse diplomatiche cercano di intercettare Witkoff e Kushner in attesa del voto di Midterm. Quando Zelensky parlava qualche settimana fa di un’intesa da raggiungere possibilmente entro l’inverno, o comunque nei prossimi mesi, probabilmente non barava, e paradossalmente l’escalation di bombardamenti massicci e indiscriminati lanciata dalla Russia a fine estate, così come il tiro al bersaglio dei droni ucraini sulle sue raffinerie, iniziato due mesi prima, erano funzionali ad alzare la posta in vista di una tregua. Un altro segnale in questo senso era stata l’improvvisa riattivazione, in estate, di un feroce scontro politico a Kyiv, tra licenziamenti clamorosi, intercettazioni scandalose e manifestanti in piazza: fino a quel momento, nessuno si era dimostrato troppo ansioso di sostituire Zelensky sulla breccia.

Le guerre che non si concludono con la disfatta di uno degli avversari, di regola si fermano quando entrambe le parti non riescono più ad andare avanti, se non a un prezzo esorbitante. Non è un caso che Zelensky nella sua intervista a Fox, la tv che guarda Trump, ammette la necessità di «fermarsi», e parla di «congelamento» della guerra lungo la linea del fronte. Non promette né la cessione dei territori occupati a Putin, né una «pace» definitiva. Del resto, Kyiv ha in questo momento il coltello dalla parte del manico sul fronte del Donbas, e tiene sotto tiro dei suoi droni i punti nevralgici dell’economia russa. Ma rischia di pagare un prezzo enorme per la furia distruttrice di Putin. Da fine agosto, l’Ucraina non produce più acciaio, dopo che i missili russi sono riusciti a distruggere le tre maggiori acciaierie. La distruzione sistematica delle locomotive ha messo a rischio i trasporti civili e militari, e i porti dai quali si esporta il grano sono bloccati. La Russia, dal canto suo, sta subendo perdite umane colossali senza riuscire a conquistare nemmeno i villaggi del Donbas che Putin dichiara già «liberati» in tv. Il bilancio del Cremlino è a pezzi, e la finanziaria 2027 segna una svolta importante: per la prima volta, la principale fonte di entrate dello Stato non è il petrolio e il gas ma le tasse dei russi, a loro volta prodotto di una economia di guerra finanziata dallo Stato.

La necessità di «fermarsi» dunque è evidente. Restano però gli interrogativi sulle modalità di questo «congelamento». Putin ha dichiarato appena due giorni fa di aver alzato le sue pretese territoriali verso l’Ucraina, e anche nell’eventualità di una intesa improbabile sul Donbas non è chiaro cosa voglia fare delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, parzialmente occupate dai russi. L’Ucraina non vede alcun senso in una tregua senza garanzie di sicurezza internazionali che la lascerebbero esposta a nuovi attacchi russi. Non sono dettagli “tecnici”, e forse Zelensky dichiara di «appoggiare completamente le iniziative di Trump» proprio perché crede che non porteranno da nessuna parte.

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