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Il costo di un Paese in ostaggio

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Un corto circuito perfetto, nel quale agricoltori, autisti, industrie e consumatori si ritrovano stritolati dalla medesima morsa dei rincari. Se va bene, perché se va male i supermercati restano vuoti, come sta già succedendo in molte località del Sud. Un po’ di numeri aiutano a capire meglio quanto il problema sia serio. I dati Istat ci dicono che nel nostro Paese l’85% delle merci viaggia su gomma. Questa quota supera il 90% nel caso degli alimentari freschi, comparto vitale che non tollera ritardi. Per un’impresa logistica il carburante assorbe un terzo dei costi operativi. Le rilevazioni del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica aggiornate a ieri mostrano un prezzo medio nazionale del gasolio self-service tornato oltre la soglia di allarme di 2,259 euro al litro, con picchi di 2,294 euro sulla rete autostradale di Campania e Basilicata. Un rincaro simile trasforma i margini di profitto in perdite nette. Le associazioni di categoria denunciano aggravi insostenibili, stimati in 9.000 euro annui di spesa aggiuntiva per ogni camion circolante.

Un’Italia divisa in due

I picchetti che bloccano la circolazione dei mezzi pesanti ci dicono però anche un’altra cosa. Una frattura geografica, che ridefinisce la mappa degli approvvigionamenti con disagi pesanti. Nel Mezzogiorno la situazione è già grave. A Napoli, Bari e Palermo i supermercati esibiscono banchi sguarniti e reparti desolati. Mancano consegne di latte fresco, latticini, carni bianche e ortofrutta. I mezzi refrigerati restano immobili nelle piazzole di sosta, bloccando il trasferimento dei prodotti deperibili dai campi alle centrali di acquisto. Risalendo verso il Centro Italia, la rarefazione dell’offerta genera una fiammata dei listini all’ingrosso e al dettaglio. Al Centro Agroalimentare di Roma il crollo degli arrivi dal Sud provoca rincari a doppia cifra. Il prezzo dei pomodori sfiora i 6 euro al chilo, con un balzo del 40%, mentre le quotazioni delle zucchine sono raddoppiate in tre giorni. Al Nord il sistema della distribuzione resiste anche grazie alle giacenze. Gli hub della Pianura Padana e l’Ortomercato di Milano ammortizzano l’urto grazie alle scorte e alle importazioni via terra dal Nord Europa o via nave dalla Spagna. Il protrarsi dei blocchi a sud del Po rischia però di arrivare anche nei reparti dei freschi negli ipermercati lombardi e piemontesi.

Il conto economico della serrata presenta contorni allarmanti per l’intera filiera produttiva. L’impossibilità di trasferire i prodotti agricoli condanna al macero tonnellate di raccolti invenduti, distruggendo il lavoro di una stagione. Le stime diffuse dalle sigle agroalimentari calcolano danni per oltre 60 milioni di euro in cinque giorni di agitazione. I mancati rifornimenti di grano hanno già costretto diversi pastifici del Sud Italia a ridurre i turni lavorativi o a spegnere le linee di produzione. A queste cifre vanno sommate le perdite della Grande Distribuzione, stimate in 45 milioni di euro nell’area meridionale per le mancate vendite. Lo stesso comparto dell’autotrasporto subisce un salasso diretto e asfissiante. Ogni veicolo commerciale fermo ai presidi brucia tra i 500 e gli 800 euro ogni ventiquattro ore tra rate di leasing, polizze assicurative, stipendi del personale e mancati noli. Un paradosso, in cui sono proprio i promotori della protesta a pagare il prezzo più alto per dare un segnale di allarme alle istituzioni.

Ripristinare la legalità

Il presidente di Confagricoltura avverte che occorre ripristinare la legalità prima che i danni all’economia diventino irreversibili, appello condiviso dalle associazioni dei consumatori. Le soluzioni proposte dal governo non sembrano placare le proteste, così come gli appelli al “senso di responsabilità” arrivati anche dalle associazioni del trasporto. Sullo sfondo c’è il persistente deficit infrastrutturale di una nazione incapace di diversificare le proprie reti di trasporto. Affidare nove decimi della spesa alimentare ai camion rende oggi il Paese prigioniero delle tensioni geopolitiche internazionali e delle speculazioni sui mercati.

Ma almeno questo un governo in carica può imputarlo ai precedenti e demandarne la soluzione ai successori. Gli scaffali vuoti, no.


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