Sarà per l’avvicinarsi del Natale, con cenoni annessi, spesso fonte di drammi più che di festeggiamenti, ma l’autunno seriale si è popolato di genitori mostruosi. Ha cominciato Carrie, nuovo adattamento del libro di Stephen King, dal 7 ottobre su Prime Video, e continua ora VisionQuest, su Disney+ dal 14, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Nella prima Mike Flanagan, che l’autore del Maine ha definito il suo «miglior adattatore» (ha già affrontato Il gioco di Gerald, Doctor Sleep e The Life of Chuck), ha reso ancora più inquietante la madre della protagonista, che in questa versione deve subire anche l’umiliazione via social media, che nel ’74, quando è uscito il romanzo, non esistevano.

«Carrie non è veramente un mostro, come Pennywise: ho sempre provato affetto ed empatia per lei – dice Flanagan – La scuola fa molta più paura, soprattutto ora che i social hanno normalizzato la crudeltà: prima avevamo più remore a dirci certe cose in faccia. L’anonimato crea una sorta di sicurezza, che spinge a essere davvero cattivi. La cosa mostruosa è che, nel 2026, sia diventato normale. Sarebbe quindi stato impossibile raccontare una storia di bullismo senza i cellulari. L’odio in rete ha fatto riemergere con forza alcuni dei sentimenti peggiori della nostra società, come il sessismo. Gli uomini insicuri godono particolarmente nel vedere donne potenti cadere. Ed è un po’ quello che succede anche nella nostra serie: c’è una nuova celebrazione della misoginia, anche nei media, e lo abbiamo raccontato».
La madre di Carrie (interpretata da Summer H. Howell, una rivelazione) non è però esente da colpe: non le ha dato gli strumenti per comprendere e capire davvero la società, tenendola all’oscuro perfino dall’esistenza delle mestruazioni. Non rendere autonomi i figli è un crimine? «È molto grave. Il personaggio di Margaret si aggrappa alla religione in modo totale: quel tipo di fede ti porta a vivere di assoluti e a credere di avere sempre ragione. Invece dobbiamo dare ai nostri figli più nozioni e preparazione possibile. Una frase importante detta nella serie è che l’informazione è potere. Bisogna rendere forti i giovani con la conoscenza e la verità. In questo modo non saranno così vulnerabili in mezzo agli altri e ignoranti quando sono soli a casa. Potranno scegliere da che parte stare: se essere meschini o gentili. Nello scrivere Carrie mi sono confrontato con i miei figli: ho scoperto che non ci sono domande sbagliate da fare ai ragazzi. Spero sia di spunto anche per altri genitori».
Allo spettro opposto invece i padri di VisionQuest: il Visione di Paul Bettany scopre improvvisamente di avere un figlio, Tommy (Ruaridh Mollica), mentre, a sua volta, vede in Ultron (un magnifico James Spader) una specie di figura paterna. Si tratta di esseri nati dall’intelligenza artificiale, quindi onniscienti, ma totalmente smarriti quando si tratta di rapporti familiari ed emozioni. Una metafora potente della difficoltà di comunicazione che spesso c’è tra padri e figli di generazioni differenti: «Visione è un padre fantastico: può insegnare tante cose, è testardo e pronto ad aiutare. Anche Paul è così» dice Mollica, metà scozzese e metà italiano.
Entrambi parlano la nostra lingua, Bettany grazie alla moglie Jennifer Connelly: «Ha girato due film in Italia: C’era una volta in America di Sergio Leone e Phenomena di Dario Argento: me l’ha insegnato lei». Per l’attore, nonostante sia senza freni nella sua cattiveria, un Ultron che dice le cose come stanno a volte dovremmo averlo tutti nella testa: «Amo il caos di chi dice esattamente ciò che pensa: sono persone completamente libere. Spesso non fa bene a chi ascolta, ma dire la verità, anche quando fa male, è qualcosa da insegnare ai figli. Parlare è fondamentale: oggi se qualcuno ci chiama ci sembra una cosa strana, perché di solito tutti mandano messaggi. È sempre più raro vedere le persone che interagiscono guardandosi negli occhi: siamo tutti attaccati al telefono. Il mondo era molto più interessante quando facevamo le cose parlando davvero. Perché, se ci pensiamo, la vera relazione che abbiamo è con un oggetto: che ci ha dato delle cose, ma ce ne ha tolte anche molte altre».
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