L’annuncio gli era comparso sul cellulare mentre trascorreva la notte in un campo profughi improvvisato in Slovenia: “Vieni a lavorare nella nostra azienda agricola. Cinquecento euro al mese, vitto e alloggio inclusi”. E Rachid, 36 anni, che aveva lasciato casa e famiglia in Marocco per raggiungere l’Europa, e assicurarsi un futuro, quell’inserzione l’aveva considerata un segno. L’Italia, così gli avevano raccontato, è il paese delle opportunità. E dopo un lungo viaggio per la rotta balcanica, dopo aver percorso perlopiù a piedi Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia, raggiunge Teramo. Finisce nelle mani di caporali senza scrupoli, costretto a lavorare h 24, sette giorni su sette, come allevatore e custode.
La storia di Rachid è una delle tante intercettate dalle indagini dei carabinieri del nucleo tutela lavoro, che, da cento anni oggi, combattono il lavoro sommerso, le frodi assistenziali e le infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno del mercato occupazionale. Per i gruppi criminali e caporali spietati, l’immigrazione è una chance per arricchirsi, la disperazione di molti un vantaggio da sfruttare. Così è stato con Rachid lasciato a vivere in una roulotte senza acqua né luce. Concessa una sola doccia a settimana a casa della madre del titolare dell’azienda. Poi le minacce, le botte, le ferite non curate perché accompagnare al pronto soccorso un operaio assunto senza contratto e senza documenti avrebbe fatto finire la ditta sotto il faro dei carabinieri.
Dei cinquecento euro al mese promessi nell’annuncio, Rachid ne ottiene ben pochi. E quelli che guadagna li nasconde sotto una quercia: ha paura che il titolare dell’azienda glieli rubi. «Quando ero piccolo, mamma mi raccontava la storia di Pinocchio che aveva sotterrato quattro monete d’oro sotto l’albero, convinto che sarebbe cresciuto un albero carico di zecchini», ha spiegato agli investigatori dell’Arma. «Così ho fatto io. Una precauzione, un sogno, una speranza». Rachid chiede all’azienda che gli venga riconosciuta la paga promessa. Sciopera e come risposta ottiene la privazione del cibo. Così scappa, denuncia ai carabinieri del Nucleo tutela lavoro. Il datore della ditta e sua madre e il caporale finiscono a processo con l’accusa di sfruttamento aggravato dallo stato di bisogno, impiego di manodopera clandestina e furto di energia elettrica. Lui viene inserito nel protocollo antitratta e attivate le pratiche per fargli ottenere il permesso di soggiorno per motivi di giustizia.
Rachid, Ahmed, Karim, Satman: nomi, volti, con alle spalle le stesse storie vessazioni e abusi e violenza. Tra novembre e agosto 2026, i carabinieri del nucleo tutela lavoro hanno individuato 17.573 persone vittime di sfruttamento, tra cui circa seimila impiegate completamente in nero. Duemila, tra loro, sono senza documenti, impiegate, in particolare, nell’industria, nel terziario e nell’edilizia. E per proteggerli, spiegano gli addetti ai lavori, i militari hanno avviato 671 procedimenti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale. Da ottobre 2022, poi, su scala nazionale è stato potenziato il metodo investigativo per contrastare il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare connesso allo sfruttamento, in particolare riguardo all’uso fraudolento dei Decreti Flussi. Le indagini hanno svelato come le consorterie criminali abbiano monopolizzato la questione: più di 690mila le istanze d’ingresso in Italia monitorate e poco meno di 95mila sono risultato completamente fasulle. Il sistema è semplice: i gruppi criminali confezionano ad hoc delle pratiche chiedendo dai 4mila ai 20mila euro di paga.
A cento anni dalla nascita del Comando carabinieri per la tutela del lavoro, il comandante generale dell’Arma Salvatore Luongo traccia un bilancio e sottolinea come « l’attenzione principale di questo reparto», che opera in sinergia con il ministero del Lavoro, l’Inps e l’Ispettorato nazionale del lavoro, sia «la tutela della dignità dell’uomo e il rispetto delle leggi».
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