Home Business Il paradosso dei voti arabi: decisivi per battere Netanyahu ma nessuno li...

Il paradosso dei voti arabi: decisivi per battere Netanyahu ma nessuno li vuole al governo

0
2

KAFR QASIM. Alle otto e mezza di sera la rotonda all’ingresso di Kafr Qasim è un ingorgo che nessuno vuole sciogliere. Le automobili girano a passo d’uomo con i finestrini abbassati, le bandiere verdi fuori dalle portiere, i telefoni alzati a filmare altri telefoni. Da un altoparlante montato sul tetto di un furgone escono due lettere dell’alfabeto ebraico, ayin e mem, quelle con cui sulla scheda elettorale si vota la Lista Araba Unita, Raam. A Kafr Qasim l’affluenza sfiora l’ottanta per cento, negli altri villaggi arabi è vicina al settanta. A chiusura dei seggi la Commissione elettorale gli darà ragione per eccesso. L’affluenza a Kafr Qasim toccherà l’84,9 per cento, quella nazionale il 77,7.

Kafr Qasim sta su una collina a una ventina di chilometri a est di Tel Aviv, sul filo della Linea Verde. Ha ventottomila abitanti e una zona industriale e logistica che si allunga verso Rosh HaAyin. Da qui si vede la Cisgiordania e si vede Israele. Il 29 ottobre 1956, primo giorno della campagna del Sinai, l’esercito impose ai villaggi arabi lungo il confine con la Giordania un coprifuoco dalle cinque del pomeriggio alle sei del mattino. Il mukhtar di Kafr Qasim fu avvertito alle quattro e mezza, mentre centinaia di uomini e donne erano ancora nei campi. La polizia di frontiera li aspettò agli ingressi del villaggio e sparò su chi rientrava, in nove episodi distinti, tra le cinque e le sei e mezza. Quarantotto morti, quarantanove per chi qui conta anche il bambino che una delle donne portava in grembo. Il colonnello Issachar Shadmi, comandante della brigata, fu assolto dall’accusa di omicidio e condannato per aver ecceduto i propri poteri nell’ordinare il coprifuoco, con una multa di dieci prutot, un grush, una moneta. Da quel processo il giudice Benjamin Halevi ricavò la dottrina della bandiera nera, l’ordine così manifestamente illegale da non dover essere eseguito. I morti di Kafr Qasim ebbero un monumento in centro città, pagato dagli abitanti e non dallo Stato. Il regime militare che governava i cittadini arabi dal 1949 durò altri dieci anni, fino al 1966. Oggi la città marcerà per il settantesimo anniversario. Ha votato due giorni prima. Nel 1971 lo sheikh Abdullah Nimr Darwish, nato qui nel 1948 e formatosi in un collegio islamico di Nablus, fondò in questa città il Movimento islamico in Israele, sul modello dei Fratelli musulmani e con l’obiettivo dichiarato di uno Stato arabo-musulmano su tutta la Palestina storica. Alla fine degli anni Settanta Darwish contribuì a fondare la Famiglia della Jihad, un gruppo armato, poi abbandonò la violenza e cominciò a predicare il contrario. Nel 1996 il Movimento si spaccò proprio sulla domanda se partecipare alle elezioni della Knesset. Darwish disse sì e guidò l’ala meridionale, quella che avrebbe dato vita a Raam. L’ala settentrionale di Raed Salah, suo allievo, scelse il boicottaggio, e nel 2015 Israele l’ha messa fuorilegge. Ibrahim Sarsur, anche lui di Kafr Qasim, ha guidato l’ala meridionale dal 1999 e l’ha portata in parlamento. Mansour Abbas, che nel 2021 ha firmato l’ingresso di Raam nel governo Bennett-Lapid, dice di aver preso tutto quello che fa dall’eredità di Darwish. In cinquant’anni, dentro i confini di una sola città, l’islam politico palestinese in Israele è passato dal progetto di uno Stato islamico a una firma su un accordo di coalizione.

Ririan Taha e Sofian Taha, due sostenitori di Raam, stanno davanti alla scuola trasformata in seggio all’ingresso del paese. I leader dell’opposizione hanno giurato in campagna elettorale che con Raam non governeranno. Ririan sorride. Fake news, solo parole. Mansour un accordo con loro ce l’ha già, dicono. Sofian parla più a lungo e con più fede. Dopo le elezioni cambia tutto. Anche cinque anni fa dicevano mai con Mansour, e poi l’hanno fatto. Era il 2021, quando Raam entrò nella coalizione di Naftali Bennett e Yair Lapid, il primo partito arabo indipendente nella storia di un governo israeliano. Il suo candidato è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore, e la ragione ha la stessa grammatica di un elettore del Likud. Un leader deve essere un uomo dell’esercito, della sicurezza, come Rabin, sia benedetta la sua memoria, che ha fatto la pace per tutti. Eisenkot, Bennett e Lieberman escludono uno Stato palestinese. Sofian scrolla le spalle e consegna una frase che contiene l’intera dottrina politica di Raam. La Palestina a chi si occuperà della Palestina, noi qui parliamo della società araba.

Poi Sofian passa alla società araba ed elenca le ferite di famiglia. La criminalità prima di tutto. Il 2025 si è chiuso con 252 cittadini arabi uccisi, il numero più alto mai registrato, e il 2026 ha corso più veloce per tutta l’estate, sotto un ministero della Sicurezza nazionale affidato a Itamar Ben Gvir. Poi le case. Un padre che vuole costruire una casa per il figlio non ha strade legali, e la sua è una constatazione, non una domanda retorica. Poi i soldi, il piano quinquennale 550 che il governo Bennett-Lapid aveva varato per la società araba e che questo governo, secondo lui, taglia ogni mese.

Nella stessa giornata il primo ministro dello Stato di cui è cittadino ha passato le ore del voto a pubblicare messaggi sui social. Gli elettori arabi, scriveva Benjamin Netanyahu, stanno prendendo d’assalto i seggi per rubare le elezioni. Bezalel Smotrich ha attribuito l’affluenza nazionale alla partecipazione eccezionale delle comunità arabe e ha chiamato a raccolta la destra contro un governo di sinistra pericoloso. È lo stesso spartito del 2015, quando Netanyahu avvertiva che gli arabi si stavano riversando alle urne, eseguito undici anni dopo con più strumenti e meno pudore.

Nella sede dei giovani della Lista Comune a Tel Aviv, una stanza con le sedie di plastica e un televisore appoggiato su un tavolo, ci sono studenti, attivisti, qualche ragazza con la kefiah sulle spalle, nessuno sopra i quarant’anni. La Lista Comune è rinata ad agosto come alleanza di tre partiti: Hadash, il fronte arabo-ebraico guidato dai comunisti, Taal di Ahmad Tibi e Balad, il nazionalismo palestinese laico. La guida Yousef Jabareen. A gennaio anche Raam aveva firmato l’impegno a rifondarla tutti e quattro insieme, come nel 2015, poi ha scelto di correre da sola. Uno dei ragazzi studia all’Università di Tel Aviv e ha passato i mesi della campagna nei campus. Quasi tutti quelli che ci hanno lavorato hanno meno di trent’anni, e i più vecchi non arrivano ai quaranta. I giovani arabi vogliono votare, fare campagna, far girare i video tra i coetanei, i genitori, i nonni. Tra i 7,3 milioni di aventi diritto, settecentomila votavano per la prima volta. È una generazione che ha attraversato il Covid, la riforma giudiziaria, il 7 ottobre, due anni di Gaza in diretta sul telefono, e che ieri sera ha deciso che l’astensione era un lusso da genitori. Alle dieci la stanza conta alla rovescia con il presentatore di Channel 13. Dieci, nove, otto. Diciassette seggi tra Lista Comune e Raam, diciotto per Channel 12, e la stanza esplode prima che il presentatore abbia finito la frase. È un numero storico, dicono tutti. In televisione un commentatore disegna il quadro con la soddisfazione di chi ha previsto la fine. Potrebbe essere la fine di Netanyahu, dicono i commentatori.

Adesso la domanda è se il blocco del cambiamento avrà il coraggio di formare un governo di minoranza o di far entrare Mansour Abbas. Dalla sala di Nazareth, quartiere generale della Lista Unita, Jabareen dice ai suoi che i numeri dimostrano che i palestinesi d’Israele sono una forza politica impossibile da ignorare, che senza la loro voce qui non si costruisce nessun futuro. A Tel Aviv i ragazzi si abbracciano, cantano, si fotografano sotto lo schermo con i numeri alle spalle. Per qualche ora la stanza vive dentro la proiezione. Poi arrivano le schede vere. Alle undici del mattino, con poco più di tre quarti delle schede scrutinate, il quadro è questo. Netanyahu e i suoi alleati a 54. Il campo di Eisenkot a 47. I partiti arabi a 19, quasi il doppio dei dieci seggi della legislatura uscente, il risultato più alto della loro storia. Nessuno arriva a 61.

Eisenkot aveva detto di non vedere alcun partito arabo disposto ad accettare le sue condizioni e non ha cambiato posizione nella notte. Lieberman e Bennett hanno escluso qualsiasi accordo già in campagna elettorale. Solo Yair Golan, leader dei Democratici, ha fatto il conto ad alta voce: contro Netanyahu esiste una maggioranza di 65 seggi, a patto di contare anche quelli arabi. Da qui le strade sono tre, e nessuna è pulita: un governo di minoranza guidato da Eisenkot, con la Lista Comune e Raam a garantire dall’esterno la sopravvivenza dell’esecutivo in cambio di impegni su criminalità, piani regolatori e bilanci municipali. La seconda è una grande coalizione tra Likud e Yashar, senza Ben Gvir e Smotrich, con Netanyahu ancora al centro della scena. La terza è il ritorno alle urne, un’ipotesi che lo stesso Eisenkot ha definito un errore dopo un’affluenza così alta.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it