Benjamin Netanyahu resta al comando, per lo meno durante le lunghe trattative che dovranno portare a un nuovo governo. O a nuove elezioni. Combatte una battaglia all’interno e, come al solito, una guerra all’esterno, su molti fronti. Chi attendeva con più trepidazione di tutti una sua caduta è l’Iran. King Bibi ha posto come priorità, non di un mandato ma di tutta la sua carriera al vertice di Israele, l’abbattimento del regime degli ayatollah. Ha ucciso la Guida suprema, Ali Khamenei. Il figlio Mojtaba vuole adesso la sua morte. Se non fisica, almeno politica. Ma al di là dei rancori personali a Teheran vedono uno Stato ebraico senza Netanyahu come un’opportunità storica di ridisegnare gli equilibri regionali. In parte lo hanno già fatto, anche se in maniera precaria, con una prova di forza missilistica inaspettata. Ora serve una cornice politica.
Per arrivarci, la variante Bibi sarà decisiva. Non che un eventuale governo di Gadi Eisenkot, pure con l’appoggio di un partito arabo, faccia svanire l’Iran dal mirino delle forze armate israeliane. Eisenkot ha ideato la Dottrina Dahiye, radere al suolo tutto, a Beirut come a Gaza. Per Netanyahu, però, la questione è esistenziale, e non tiene conto delle ricadute sugli alleati regionali, sui rapporti con l’Europa, sulla crisi energetica, persino sulla relazione speciale con l’America e Donald Trump. Un altro premier valuterebbe e soppeserebbe tutto questo. Netanyahu molto meno. Per questo Teheran spera nella sua uscita di scena. Ha costruito la sua strategia sulla leva del petrolio e del gas. Ha sottoposto i mercati mondiali, e quindi Washington, a una pressione pazzesca. È vicino alla meta, perché le riserve strategiche occidentali sono al limite, e il fatto che Trump si debba rivolgere alla Russia per abbassare il prezzo del gasolio è un sintomo inequivocabile. E la stessa tensione ha di nuovo investito il mercato del gas naturale, con il Ttf di Amsterdam, riferimento per i Paesi europei, ieri in rialzo del 4,1 per cento a 100 euro al megawattora, gli stessi livelli del febbraio 2022 subito dopo l’invasione dell’Ucraina.
Gli iraniani sono convinti che alla fine gli occidentali cederanno. E concederanno lo stop alle sanzioni e il controllo di fatto di Hormuz. L’unica incognita è un nuovo round nella guerra con lo Stato ebraico. Contano di resistere anche questa volta, ma un’altra serie di raid devastanti, seguiti da attacchi “senza linee rosse” sugli impianti petroliferi e le infrastrutture nei Paesi del Golfo, lascerebbero macerie fisiche e diplomatiche difficili da ricostruire. La Repubblica islamica preferisce invece continuare a tessere la sua tela, fatta di intimidazioni, anche attraverso gli alleati Houthi dallo Yemen, e aperture. Il vertice di lunedì a Teheran tra il falco Mohsen Rezaei, contattato anche da JD Vance, e funzionari turchi, pachistani e sauditi ha rilanciato la prospettiva che più spaventa Gerusalemme. E che cioè il patto della Mecca fra Ankara, Islamabad e Riad, invece di trasformarsi in un’alleanza sunnita contro l’asse sciita, diventi un blocco islamico anti Israele.
A prezzo di distruzioni enormi, e di una crisi economica senza precedenti, finora l’Iran ha tenuto il colpo e imposto il suo gioco sulla scacchiera, e persino la sua narrazione, anche sui social occidentali. Una su tutte, il Golfo è suo, non ci sono più navi militari americane, cosa che non succedeva dal 1853, il quartier generale della Quinta flotta è distrutto e inutilizzabile, le unità si devono rifornire da basi lontane tremila chilometri. L’opposto di quanto successo nella prima guerra delle petroliere, tra il 1984 e il 1998, durante il conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein. Allora fu la flotta mandata da Ronald Reagan dentro Hormuz a mettere le cose a posto e a garantire i flussi. Trump non è stato in grado di farlo. È la fine di quello che l’analista mediorientale Georges Malbrunot ha definito il «privilegio definitivo», la capacità degli Stati Uniti di colpire e agire a qualsiasi distanza, senza che gli avversari potessero fare altrettanto: basi, linee di approvvigionamento, satelliti. Ora tutto è in discussione, tutto è esposto. Il secondo punto sono gli Houthi. Non più un “gruppo terroristico” ma uno Stato che controlla un terzo del territorio yemenita e il 70 per cento della popolazione, vale a dire 28 milioni su 40. Pari «all’intera popolazione autoctona, senza contare gli immigrati, di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati, Bahrein e Oman messi assieme».
Questo è lo scenario che dovrà affrontare Netanyahu se otterrà un settimo mandato da premier dopo 19 anni complessivi al timone, in uno spazio temporale lungo tre decenni. Sarà la prova più difficile, per lui e per chiunque lo dovesse sostituire.
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