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Chemi Peres: “Netanyahu vince perché garantisce che con lui non ci sarà mai lo Stato palestinese”

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TEL AVIV. Il cambio di passo nella guida del Paese non c’è stato ma la performance dell’opposizione era stata forse sovrastimata, ammette al risveglio faticoso di una Tel Aviv ancora incredula Chemi Peres. Imprenditore dell’high tech e presidente del “Peres Center for Peace and Innovation”, Chemi è il figlio maggiore di Shimon, architetto del processo di Oslo e premio Nobel per la Pace nonché immagine di un Israele che non assomiglia più per niente al Paese attuale. In famiglia, scherza, hanno una certa diffidenza nei confronti dei sondaggi, che suo padre paragonava ai profumi, inebrianti da annusare ma da non bere mai. Nessuno qui ha dimenticato il 29 maggio 1996, quando a spoglio non ancora finito ma proiezioni nette ci si addormentò con la vittoria di Shimon Peres per ritrovarsi al mattino con Benjamin Netanyahu primo ministro.

Il day after è spietato. Si aspettava una paralisi politica di queste proporzioni, in cui nessuno vince, ed è il Paese a perdere tempo?
«Bisogna riconosce che arrivati a questo punto dello spoglio il blocco del cambiamento non riuscirà a conquistare i 61 seggi necessari per governare, dobbiamo attendere il conteggio definitivo e sperare almeno in un gap minore. Non era un risultato prevedibile, per settimane le analisi dei flussi hanno indicato in modo chiaro come l’opposizione avesse numeri molto più alti di quelli reali. Personalmente ero titubante. Mio padre, oltre a ripetere l’esempio dei profumi, diceva che la gente è sincera quando risponde ai sondaggi ma poi mente nel segreto dell’urna. La delusione comunque è forte, anche considerando l’altissima affluenza registrata».

Una lezione da trarne?
«È un fatto che gli israeliani si siano spostati più a destra di quanto ci si aspettasse, molto oltre il Likud. Ma il risultato di questo voto indica anche che Benyamin Netanyahu è riuscito a recuperare terreno e a riprendersi i voti che gli erano stati drenati da partiti estremisti come Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir».

Ragioneremo sui i risultati definitivi, ma intanto l’orientamento è indicativo. Che cosa può succedere adesso?
«Quando venerdì avremo di fronte il quadro completo, il presidente, in accordo con la legge, potrà iniziare a consultare i leader politici per decidere chi abbia le chance maggiori di formare un governo. Ci sono diversi scenari possibili a partire da quel momento. Il primo è che Netanyahu voglia tornare al voto per consolidarsi, contando sul fatto che le condizioni stavolta favorevoli all’opposizione non si ripeteranno facilmente e che, per esempio, la diaspora israeliana non tornerà in modo così massiccio a votare. Il secondo è che il premier provi a formare un governo con i partiti arabi o con altre sigle di destra offrendo loro una ipotetica rotazione, ma dubito che funzionerà perché l’esperienza di Benny Ganz, blandito e tradito, è un monito politico per tutti. Di certo la palla è nelle mani di Bibi, è lui che guiderà la transizione e ha un ampio margine di movimento, a partire dal lanciare una possibile escalation su difesa e sicurezza da capitalizzare alle prossime urne».

Che margini di manovra restano all’opposizione?
«Sul piano teorico anche il blocco del cambiamento può cercare il sostegno dei partiti arabi o degli ultraortodossi delusi dal governo e ci proverà, ma tutto dipende dai numeri e al momento questa possibilità mi sembra pari allo zero».

Cosa poteva fare di più il blocco del cambiamento, che si è mobilitato senza risparmiarsi, portando ai seggi tutta la rabbia accumulata in questi tre anni, compresa quella della diaspora israeliana?
«Avrebbe potuto unire le forze e scegliere un leader comune molto prima, gettando le basi per diventare una grande formazione. Il coordinamento tardivo non è bastato a compensare le divisioni iniziali, Gadi Eisenkot è andato bene ma non abbastanza da imporsi. Il risultato è che Netanyahu guida il blocco maggiore e il partito più grosso, un problema serio».

Qual è il segreto di Benyamin Netanyahu che può contare su un popolo di sostenitori indifferenti alla prova della realtà, si tratti dell’economia non più brillante come un tempo o del fallimento ormai riconosciuto dell’intelligence nel prevenire e nel gestire il 7 ottobre?
«Più che un segreto, dietro il successo di Bibi c’è un concetto semplice: garantisce agli israeliani che fin quando sarà premier lui non ci sarà alcuno Stato palestinese e questo, specialmente da tre anni a questa parte, è un grosso tema. Inoltre ha dimostrato di fare sul serio contro l’Iran e di essere in grado di trascinarsi dietro gli Stati Uniti. Sulle principali preoccupazioni del Paese insomma, Bibi gode di una fiducia diffusa».

Immaginava una partecipazione tanto imponente degli arabi-israeliani e come crede che modificherà lo scenario politico un blocco di seggi non sionisti di cui bisognerà tenere conto?
«Speravo che votassero in tanti. Il risultato, ben oltre le aspettative, ci dice che questa fetta della popolazione ha oggi una forte motivazione nel far sentire la propria voce e chiede di sedere al tavolo delle decisioni politiche. Da quando Itamar Ben Gvir è ministro della sicurezza la polizia ha abbandonato le città arabe-israeliane e la violenza delle gang è cresciuta al punto che molti pensavano di non poter più vivere qui, alcuni sono già emigrati. La loro partecipazione massiccia è un segnale al governo, chiamato a garantire la sicurezza di tutti i cittadini, e una risposta al prepotente strapotere di Ben Gvir. Chiunque governerà non potrà ignorarlo».

La questione palestinese è stata la grande assente della campagna elettorale. Il processo di pace, l’eredità di suo padre, è morto e sepolto?
«In questo momento in Israele il processo di pace non è un tema rilevante. Nessuno qui è disponibile a immaginare due Stati uno accanto all’altro fin quando non saranno state eliminate le capacità offensive di Hamas, di Hezbollah e di tutti i proxi iraniani, in modo tale che non si ripetano né un altro 7 ottobre né la successiva diffusione della propaganda d’odio contro Israele, dai movimenti freepal agli slogan “dal fiume al mare”. In assenza di queste due condizioni non c’è alcuna chance che si formi una maggioranza favorevole alla pace. Anche all’interno dell’opposizione il costo del trauma del 7 ottobre è ancora troppo pesante per riprendere a parlare il linguaggio del dialogo».

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