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Dopo Mbappé anche Hello Kitty nel mirino della Cina: perché Pechino ha preteso le scuse

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Dopo Kylian Mbappé, tocca a Hello Kitty chiedere scusa alla Cina. Non per una bandiera sbagliata o una battuta infelice, ma per essersi vestita da protagonista di una serie televisiva sgradita a Pechino. Sanrio, l’azienda giapponese proprietaria del personaggio famoso in tutto il mondo, ha interrotto la collaborazione con Tbs per il thriller di spionaggio Vivant. Stop ai gadget, alle campagne promozionali e ai progetti futuri legati alla produzione. Dopo le proteste sui social e gli attacchi della stampa di Stato cinese, sono arrivate le scuse su Weibo. Persino nell’universo dei fiocchi e dei colori pastello, la geopolitica presenta il conto.

Alla base c’è una convenienza commerciale. Sanrio ha spiegato che la serie contiene elementi incompatibili con i propri valori, promettendo controlli più rigorosi sulle collaborazioni future. Il gruppo, che vende anche i personaggi My Melody e Cinnamoroll, sostiene di fondare la propria filosofia sulla “convivenza pacifica”. Difficile conciliarla con una polemica che rischia di compromettere gli affari in un mercato fondamentale. Secondo i dati riportati dai media cinesi, nella prima metà del 2026 i ricavi dell’azienda giapponese in Cina hanno raggiunto i 781 milioni di yuan, in crescita di oltre il 40% rispetto all’anno precedente. Ragioni sufficienti per affrettarsi a disinnescare la crisi.

Il problema è nella seconda stagione di Vivant, tornata in onda a luglio dopo il debutto del 2023. La serie racconta le missioni all’estero di un’unità segreta delle Forze di autodifesa giapponesi. Nei nuovi episodi, agenti dell’intelligence cinese torturano operativi giapponesi. Per la televisione statale Cctv, quelle immagini richiamano le atrocità commesse dall’esercito invasore giapponese contro i cinesi. Da qui l’accusa di capovolgere la storia, attribuendo ai cinesi contemporanei le violenze degli aggressori di ieri. Tbs ha respinto le contestazioni: è un’opera di fantasia, senza intenzione di denigrare alcun paese.

Una precisazione che non è bastata. I media statali cinesi hanno avvertito che Hello Kitty non dovrebbe associarsi alla “destra giapponese”, evocando danni alla fiducia dei consumatori e all’immagine del marchio. Come accaduto sul caso Mbappé, il ministero degli Esteri è intervenuto in prima persona e ha denunciato l’esistenza in Giappone di una corrente che utilizzerebbe i prodotti culturali per “demonizzare la Cina”. La controversia si inserisce nello scontro aperto dalle dichiarazioni della premier Sanae Takaichi, che nel novembre 2025 aveva prospettato un possibile intervento militare giapponese in caso di crisi su Taiwan. Per Pechino, che rivendica l’isola, un terreno sul quale non sono ammesse interferenze. Anche un prodotto televisivo diventa così un dossier diplomatico.

Dal pallone ai peluche, il passaggio è breve. Nei giorni scorsi un altro caso era esploso su Mbappé. In un’intervista al podcast The Bridge, il calciatore del Real Madrid risponde a una domanda sui suoi meme preferiti. Caricature che ironizzano sulla sua influenza nelle squadre in cui gioca, trasformandolo in un capo assoluto. “Quello che mi ha fatto più ridere è il video di un tizio, credo fosse un dittatore cinese”. Il riferimento è a Mao Zedong. Mbappé non nomina Mao, forse non lo riconosce nemmeno. Ma nel video compare un fotomontaggio che sovrappone il suo volto a quello del fondatore della Repubblica Popolare Cinese. Alcuni sponsor cinesi hanno interrotto i rapporti con il campione francese. Sono seguite le scuse, con una dichiarazione di rispetto per il popolo cinese e la sua storia.

Non è il primo caso del genere. Nel 2019, il messaggio di un dirigente degli Houston Rockets a sostegno delle proteste di Hong Kong provocò il boicottaggio della NBA. Le scuse non evitarono un’esclusione di oltre due anni dalla televisione pubblica. Tanti altri hanno imparato quanto possa costare urtare la sensibilità di Pechino. Alcuni anni fa, Dolce & Gabbana è finita al centro di una campagna di boicottaggio per lo spot con una modella cinese alle prese con le bacchette. H&M e Nike sono state bersagliate per le posizioni sul cotone dello Xinjiang e sui rischi di lavoro forzato. Mercedes-Benz si è scusata per una citazione del Dalai Lama. Altri brand internazionali hanno in passato fatto ammenda per magliette che rappresentavano territori rivendicati da Pechino. Cambiano i protagonisti e gli oggetti della contesa, resta il potere di un mercato capace di orientare parole, immagini e collaborazioni ben oltre i confini cinesi. Le proteste degli utenti e le critiche dei media ufficiali si rafforzano a vicenda, trasformando il rabbia in pressione alla quale le imprese rispondono per proteggere vendite e contratti locali. Per Hello Kitty, l’armonia passa dalla rinuncia a una linea di gadget. Riconquistare la fiducia dei consumatori cinesi potrebbe richiedere più di un comunicato.

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