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Jack the writer, il serial killer “poeta” amato dagli intellettuali

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Jack non era un tipo molto normale, anche se il premio Nobel Elfriede Jelinek diceva che era un meraviglioso scrittore e un grande esempio di redenzione. Hafenpoet, lo chiamarono, il carcerato poeta. Un redento. Si era tagliato i baffi e aveva una faccia da professore universitario, un bel tipo, sguardo penetrante e un sorriso nascosto.

Nei talk show, tutto in ghingheri con la sua giacca stretta e la camicia abbottonata sul collo faceva un figurone. Era il curriculum che lo fregava un po’: da quando aveva 16 anni era finito dentro sedici volte per furto con scasso e violenza sessuale. E a 26 aveva commesso un delitto atroce: dopo molti rifiuti era riuscito a convincere la sua vicina di casa, una studentessa tedesca di 18 anni, Margaret Schaefer, a uscire con lui, e una volta in macchina l’aveva immobilizzata e portata in un bosco, dove l’aveva spogliata, presa a pugni e bastonate in testa, prima di portarla sotto un albero e strozzarla con il reggiseno. L’avevano condannato all’ergastolo. Jack Unterweger era finito in prima pagina come un mostro, la sua faccia sotto i titoloni, un biondino con i baffi. Ci sarebbe ritornato bello e ripulito, osannato da un esercito di intellettuali come uno di loro e migliore di loro, perché s’era fatto da solo, in carcere.

Jack era nato nel 1950 a Judenburg, nella Stiria, Austria, figlio di una ragazza madre che faceva l’amore a pagamento e di un soldato americano che se n’era tornato negli Usa senza neanche vederlo. L’aveva tirato su il nonno. Niente scuola, preferiva andare a zonzo. In carcere cambia tutto. Il medico nella sua perizia lo definisce «uno psicopatico esplosivo e aggressivo», ma lui diventa un mite intellettuale che se ne sta chiuso in cella, chinato sui libri che prima non aveva mai neanche aperto. Si appassiona di letteratura, legge i classici, romanzi, poesie e opere teatrali. Diventa un detenuto modello e comincia a scrivere.

Prima, la sua autobiografia, ripercorrendo l’infanzia e l’adolescenza fino al brutale assassinio per il quale era in cella. Il libro, Purgatorio, diventa un best seller. Poi racconti e pièce teatrali, fino ad arrivare alla sceneggiatura di un film diretto da Willi Hengstler. Manda articoli ai giornali che vengono pubblicati. Non sempre la sua testimonianza è fedele alla realtà. Nella biografia descrive il nonno che gli faceva da padre e da madre come un violento ubriacone. Le zie dicono che non era assolutamente vero. Ma non importa, quello che conta è ciò che la sua redenzione rappresenta per l’opinione pubblica.

La tematica romantica dell’artista tormentato anche da una infanzia infelice che eleva la colpa a rinascita, conquista persino Gunter Grass. La comunità letteraria e intellettuale decide di scendere in campo al suo fianco. Jack non è più un assassino, è un uomo nuovo. L’arte ha salvato la mia anima, dice. Parte una petizione: 800 grandi firme chiedono la sua liberazione. E il tribunale di sorveglianza di Vienna gliela concede nel maggio 1990. L’unico che non crede alla sua trasformazione è lo psichiatra che gli aveva fatto la perizia, ma viene messo a tacere da quest’aura di santità francescana che avvolge il figliol prodigo. Non lo difendono solo gli intellettuali, stanno dalla sua parte tutti.

Adesso lui è Jack the writer e diventa un ospite fisso dei salotti televisivi austriaci. È un esempio positivo da far vedere alla gente, è bravo a parlare, e ha un certo fascino con i suoi capelli brizzolati e l’aria decisa nell’esporre le sue opinioni. Lo chiamano a parlare di tutto, anche degli omicidi di prostitute che riempiono le cronache. Il primo delitto è avvenuto a Praga, Blanka Bockova, accoltellata e strangolata col suo reggiseno, proprio come Margaret, ma di quello se ne parla poco. Invece si discute degli altri sei, di Brunilde, Sabine, Regina, e a nessuno passa per la testa di pensare a lui, che si sposta da uno studio televisivo all’altro per parlare di criminalità e di giustizia.

Ormai Jack the writer è un’istituzione, molto ben retribuita: firma abiti sportivi e gira su una Ford Mustang targata Jack 1, al fianco di una bellissima modella. L’ex assassino è un uomo ricco e stimato. Nel 1991 una importante rivista austriaca lo assume come inviato a Los Angeles. Manda articoli sulla criminalità e la prostituzione. Le forze dell’ordine lo trattano con riguardo, per loro è solo un giornalista che in Austria è famoso, non sanno nient’altro. Jack partecipa a un pattugliamento su un’auto della polizia in un quartiere di luci rosse e poi scrive i suoi articoli. Non fa solo quello.

Il 20 giugno 1991 viene rinvenuto il cadavere della prostituta Shannon Exley, il 29 Irene Rodriguez, e una settimana dopo Sherri Ann Long: tutte e tre picchiate, abusate con dei rami d’albero e strangolate con i reggiseni. «Questi sono delitti di un serial killer», dice la polizia. Anche a Vienna pensano lo stesso per le sei donne ammazzate in pochi mesi. A Praga hanno una sola vittima. Ma anche un testimone che ha visto allontanarsi Blanka Bockova con quello scrittore austriaco.

La polizia ceca perquisisce la Ford di Jack, e ci trovano il cappello di Blanka. Allora anche in Austria aprono gli occhi. Su una delle sei vittime ci sono fili di lana rossa: appartengono alla sciarpa di Unterweger. Scatta il mandato di cattura internazionale. Jack si nasconde in America con la sua nuova fidanzata di 18 anni. Quando lo riportano in Austria è felice di vedere la folla di giornalisti e fotografi davanti alla scaletta dell’aereo. Sorride e saluta. È sicuro di riuscire a convincerli di nuovo. Ma stavolta non è così. Le prove sono schiaccianti e in tanti adesso si sentono in colpa per averlo sempre difeso e sostenuto. Al processo rimane solo. Jack the writer non è più un affettuoso riconoscimento. È il soprannome di un serial killer, come Jack lo squartatore.

Lo condannano all’ergastolo per nove omicidi. La notte della sentenza si impicca nella sua cella alle sbarre della finestra con un pezzo di tenda. Il nodo del cappio è uguale a quello usato per le sue vittime. C’erano delle videocassette accanto al suo letto. E alcuni fogli su cui aveva provato a scrivere poesie. Ma non c’era riuscito, e nessuno le ha mai più lette.

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