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I caregiver ignorati dallo Stato

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C’è un esercito silenzioso che tutte le mattine si alza, prepara la colazione, porge la prima medicina del giorno, lava, veste, consola. E che ogni sera appoggia la testa sul cuscino con un orecchio teso, pronto a intervenire in caso di bisogno. Sono le persone che si prendono cura, anima e corpo, dei propri cari: di un anziano, di un malato, di un familiare non autosufficiente.

Li chiamiamo caregiver, un termine inglese che probabilmente non riesce nemmeno a raccontare fino in fondo quello che fanno. Nessuno sa esattamente quanti siano in Italia, ma secondo la stima più attendibile parliamo complessivamente di oltre 7 milioni di persone, tra conviventi e non conviventi. Quattro milioni quelli che dedicano all’assistenza almeno venti ore alla settimana. Persone che spesso non riescono ad andare regolarmente al lavoro, rinunciano al tempo libero, talvolta mettono in secondo piano anche la propria salute. E che sono considerate una risorsa inesauribile. Un riconoscimento sempre evidente a parole, ma poco sostenuto nei fatti.

Venerdì, durante il convegno “Vivere a lungo, vivere meglio”, nato dall’inchiesta de La Stampa sull’emergenza legata alle Rsa e alle liste di attesa, abbiamo raccontato anche questo. Che essere caregiver non è solo una questione di affetto, di responsabilità, di amore. Significa anche affrontare una fatica quotidiana che per tanti diventa insostenibile.

Ora il governo tenta di dare una risposta. Percorrendo quella che da più parti viene indicata come l’unica strada possibile per affrontare un fenomeno altrimenti destinato a peggiorare in un Paese con il 25 per cento di over 65, che diventeranno uno su tre nel giro di vent’anni: una legge nazionale di tutela che metta ordine e ampli un sistema di sostegno oggi frammentato tra norme nazionali, provvedimenti regionali, servizi comunali e interventi delle aziende sanitarie. Comunque aiuti largamente insufficienti. Nei giorni scorsi la Camera ha approvato un disegno di legge del governo che riconosce il ruolo dei caregiver familiari e introduce nuove forme di tutela. Il provvedimento, che ora deve passare al Senato, rappresenta senz’altro un passo avanti. Ma porta con sé un problema che rischia di svuotare la risposta un secondo dopo averla trovata. E che i numeri raccontano forse meglio di qualsiasi spiegazione.

Per finanziare le misure, sono previsti complessivamente 257 milioni di euro nel 2027, che diventeranno 260 all’anno dal 2028. Il contributo, per i caregiver che rispondono ai requisiti della normativa, potrà arrivare al massimo a 400 euro al mese. La relazione tecnica iniziale stimava una platea di appena 62 mila beneficiari. Una cifra che, confrontata con i milioni di caregiver, restituisce plasticamente la dimensione del divario. Il dato andrà aggiornato dopo l’allargamento dei parametri economici, introdotto senza però aumentare lo stanziamento complessivo.

Certo, non tutti i quattro milioni hanno lo stesso carico assistenziale e non tutti avrebbero bisogno di un contributo economico. Ma la sproporzione resta impressionante. E racconta una contraddizione evidente: riconosciamo il valore sociale di chi assiste un familiare, ma destiniamo al suo sostegno risorse che possono raggiungere soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe necessità.

Non si può pretendere che lo Stato preveda uno “stipendio” per chiunque assista un familiare non autosufficiente. Ma non si può nemmeno continuare a credere che una parte irrinunciabile del nostro welfare poggi sulle spalle delle famiglie, sul sacrificio gratuito. Perché, senza di loro, il sistema collasserebbe. E il costo, oggi confinato ai faticosi bilanci domestici, diventerebbe di colpo un gigantesco problema pubblico.

Servono fondi, certamente. Ma anche più servizi domiciliari, sostegno psicologico, periodi di sollievo, tutele sul lavoro. Soprattutto, serve capire che la non autosufficienza non riguarda mai una persona sola. Quando un anziano perde la propria autonomia, spesso è un’intera famiglia a cambiare vita. E allora il vero banco di prova del welfare non è solo quanto riusciamo a fare per chi ha bisogno di assistenza. È anche quanto siamo disposti a fare per chi, ogni giorno, quell’assistenza la garantisce. Perché prendersi cura di chi cura non è un favore. È un dovere di una società che si dice civile.

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