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Quanto costa vestirsi bene senza fast fashion? Come scegliere 5 capi usati e che dureranno anni

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Vestirsi bene senza spendere una fortuna può voler dire anche guardare nell’armadio di qualcun altro. Nel mercato dell’usato circolano cappotti, maglioni e giacche di vent’anni fa, quando certi criteri di fattura erano ancora la regola e non l’eccezione: lana vergine, cashmere, fodere in cupro, lavorazioni quasi sartoriali. Capi che oggi, nuovi, costerebbero parecchio, e che qui si trovano a una frazione del prezzo di allora.

Dalla fine degli anni Novanta la qualità media dei vestiti è in calo soprattutto per via del fast fashion che ha fatto salire i consumi e crollare i prezzi. Non vuol dire che oggi nessuno faccia più roba fatta bene. Vuol dire che trovarla, a un costo ragionevole, richiede più attenzione, e che l’usato può essere una strada più concreta di quanto sembri.

Per capirlo abbiamo provato a farlo davvero. Cinque capi cercati su una piattaforma online di compravendita tra privati, guardando marchi, materiali e cuciture più che le tendenze. Alla fine nel carrello c’erano un cappotto in cashmere, un maglione, una camicia, un blazer e un paio di pantaloni di lana. I capi sono costati 141,73 euro, diventati circa 180 una volta aggiunti spedizioni, commissioni e il lavoro del sarto. Alcuni sono vintage, uno non era mai stato indossato.

Il cappotto: Cerruti 1881, cashmere, 75 euro

Il pezzo più costoso è un cappotto nero Cerruti 1881. In foto si leggeva l’etichetta interna: cashmere al 100% per il tessuto, cupro per la fodera. Taglia XL, in ottime condizioni secondo l’annuncio, è costato 75 euro. Qui non conta solo il brand conosciuto ma anche come è fatto il cappotto, la fibra morbida, leggera e calda, e che se è stato tenuto bene può accompagnare chi lo compra per molti inverni.

Ma quel “se” pesa. Su un cappotto usato, la composizione dell’etichetta non basta. Bisogna sapere come ha vissuto. Prima di pagare conviene farsi mandare foto ravvicinate del tessuto sotto le ascelle, sui gomiti e vicino alle tasche, dove si vedono per primi i buchi, gli infeltrimenti e le zone assottigliate, e una dell’etichetta e della fodera.

Il maglione: Romeo Gigli Sportif, 26,95 euro

Il maglione è blu navy, in cashmere e lana, taglia L. Un altro caso di fibre naturali e di un marchio italiano a una cifra che, per capi simili nuovi, non si trova. L’annuncio, però, non indicava le percentuali: è il caso in cui la foto dell’etichetta interna serve per sapere quanto cashmere ci sia davvero. Poi si guardano la superficie della maglia, i pallini, i fili tirati e le zone dove una maglia cede prima, cioè gomiti, polsi e girocollo.

La camicia: Liberty Rose, 13,30 euro

La camicia è bianca, in cotone, con collo francese, taglia 41, nuova con cartellino. Qui il vantaggio è soprattutto economico: una camicia bianca serve sempre, si abbina a tutto e va bene in molte occasioni. Il cartellino ricorda anche che nell’usato non ci sono solo capi già portati, ma anche acquisti mai usati o guardaroba svuotati. Nelle foto dell’annuncio, però, si intravedeva un leggero alone vicino ai bottoni. È uno dei dettagli da chiarire con il venditore prima di concludere o su cui si può cercare di contrattare.

Il blazer: doppiopetto in lana vergine, 17,38 euro

Il blazer è tra gli acquisti più convenienti. Si tratta di un doppiopetto, taglia 50, taglio oversize, lana vergine, 17,38 euro. Indossato le maniche erano troppo corte e il sarto ha dovuto allungarle con degli scampoli di stoffa e scucire l’orlo. Quando si tratta di giacche vintage è un costo da mettere in conto perché anche se la stoffa e struttura sono buone, una piccola spesa per adattarle può valere la pena. Con un limite però. Allungare la maniche si fa facilmente, per le spalle sbagliata è tutt’altro lavoro e si rischia di spendere troppo in sartoria.

Per verificare che la giacca sia un buon acquisto conviene chiedere foto dell’interno, della fodera, delle cuciture e degli orli. Punti piccoli e ravvicinati, cuciture regolari, orli ben fissati sono un buon segno. Fili che si stanno sciogliendo, cuciture storte o riparazioni fatte in fretta sono motivi per lasciar perdere.

I pantaloni: Lanerossi, lana, 9,10 euro

Ultimo acquisto, un paio di pantaloni neri Lanerossi in lana, 9,10 euro. La lana resiste, respira e scalda quando serve, e a quel prezzo è difficile fare il confronto con un paio nuovo di fast fashion. Nell’annuncio comparivano due taglie insieme, «50» e «W40», che di solito non coincidono: 40 pollici sono circa 101 centimetri di vita. Meglio farsi dare vita, cavallo e lunghezza della gamba in centimetri. Il sarto ha poi accorciato il fondo, ed è un altro intervento che, insieme alla giacca, ha fatto salire il conto finale.

Quanto si spende davvero

I cinque capi fanno 141,73 euro. A questi vanno aggiunte le spedizioni, che negli annunci partivano da 2,29 o 2,59 euro a pacco, la commissione di protezione dell’acquisto della piattaforma e circa venti euro per il sarto. Il totale si ferma intorno a 180 euro. Con quella cifra si sono messi insieme cinque capi di marchi noti, in cashmere, lana vergine, lana e cotone. Forse una cifra più alta rispetto a un acquisto d’impulso in un negozio online di fast fashion, ma si portano a casa materiali di un’altra categoria.

Un’esperienza personale, che non dimostra niente ma aiuta a farsi un’idea. Un cappotto in puro cashmere comprato usato l’anno scorso è ancora in ottime condizioni, mentre uno in fibre sintetiche di una catena di fast fashion ha cominciato a rovinarsi dopo quattro utilizzi. Due capi non fanno statistica, e possono essere stati portati in modi diversi. Ma suggeriscono che un capo usato ancora bello ha già superato qualche anno di prova, e che il prezzo di partenza non dice tutto.

Un’etichetta non basta

Naturalmente non tutto ciò che è vintage è fatto bene, e nemmeno un “Made in Italy” è una garanzia. Venti o trent’anni fa lo era più spesso, oggi competenze e tecnologie cambiano da fabbrica a fabbrica, e alcune delle più avanzate si trovano in Cina. Conta quello che si vede nel capo, non la provenienza dichiarata.

Per questo, comprando online, la prima mossa è leggere con attenzione la descrizione e confrontare la composizione con quella riportata in etichetta. La seconda è non fermarsi alle foto dell’annuncio e chiedere se manca l’immagine dell’etichetta interna, cuciture, fodera, zone di usura. Sul cappotto gomiti, polsini, ascelle e tasche mentre sul maglione la superficie della maglia e chiedere se ci sono eventuali infeltrimenti. Su giacche e pantaloni vanno valutate sempre orli, cuciture interne e cavallo.

Poi le misure. La taglia sull’etichetta non sempre corrisponde alle vestibilità di oggi, soprattutto per i capi più vecchi. Chiedere larghezza delle spalle, torace, lunghezza delle maniche e del capo, e confrontarle con un indumento che già calza bene, evita buona parte degli acquisti sbagliati. E conviene farlo prima, perché a pagare un errore sono sempre i soldi, il tempo e l’armadio.

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