Nella risacca dell’onda blu delle Midterm americane finisce anche il Medio Oriente.
Israele ha una doppia preoccupazione: una è la conquista democratica del Congresso; ma la considerazione più insidiosa viene dal vicepresidente JD Vance, già proiettato verso il 2028. In un lungo post di analisi e autocritica, indica quattro priorità per recuperare la fiducia degli elettori persi: «1. Porre fine alla guerra; 2. Concentrarsi sul costo della vita/inflazione; 3. Mettere l’America al primo posto; 4. Cambiare il nostro rapporto con Israele». E Donald Trump Jr. riposta il suo messaggio.
il retroscena
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Il quarto punto allarma Gerusalemme: il rischio di un isolamento internazionale sempre più profondo si estende anche ai rapporti con l’alleato americano, dove il sostegno allo Stato ebraico perde terreno non soltanto tra i democratici ma anche nell’elettorato repubblicano. Intanto, la vittoria in Michigan di Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato e acceso critico di Israele, è il termometro che misura il cambiamento del clima politico. Come l’elezione alla Camera, a New York, di tre candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani – Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier – tutti contrari agli aiuti militari americani a Israele. Oltretutto Lander, ebreo e dichiaratamente sionista, accusa Israele di genocidio e apartheid, segno di una frattura americana che attraversa il mondo ebraico.
A tacere, sul risultato americano, è Benjamin Netanyahu. Nei giorni scorsi si era offerto per un «ampio governo nazionale», purché sotto la sua guida e con i suoi scomodi alleati. L’opposizione, invece, trae le proprie conclusioni. Per l’ex premier Yair Lapid, la sconfitta repubblicana esclude un governo di unità sotto Netanyahu: «Queste persone non sono contro Israele. Sono contro ministri estremisti che dicono cose folli. Sono contro la violenza dei coloni, sono contro un governo che non capiscono, sono principalmente contro Netanyahu, per loro tutto ciò che è legato a lui è tossico». «Tossico» è l’aggettivo che sceglie anche il leader dei Dem israeliani Yair Golan per definire Bibi, nella percezione di entrambi i partiti americani.

Amit Segal, commentatore politico del Canale12 israeliano, parla di «catastrofe» ed evoca il 1975, quando Ford e Kissinger sospesero le forniture militari per fare pressione su Israele. Indica una sola via d’uscita: un governo di unità nazionale, senza partiti arabi né ultraortodossi. Diversa la ricetta dell’analista politico di Yedioth Ahronot Nadav Eyal, che osserva: «Chi immagina un governo di unità tra cinquanta sfumature di destra, e forse Yair Golan» non ha capito «il telegramma dall’America e dal mondo». La vera unità, scrive, deve essere ebraico-araba.
I PERSONAGGI
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Intanto il presidente Isaac Herzog ha avviato le consultazioni per affidare l’incarico di formare il governo. Sionismo religioso e Shas indicano Netanyahu, Yisrael Beytenu sostiene Eisenkot. Nel primo incontro, la ministra Orit Strock esclude qualsiasi collaborazione con i partiti arabi, anche dall’opposizione. «Come distingue questo dal razzismo?», la incalza il presidente. «Credo che la realtà abbia già fatto la distinzione», replica lei.
il caso
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A Teheran, invece, interessa la prima delle quattro priorità di Vance: la fine della guerra. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e negoziatore con Washington, scrive che gli americani, «per coscienza o per il carovita, hanno detto NO ALLA GUERRA» (imitanto i messaggi strillati a lettere tutte maiuscole di Trump. Il quotidiano di Teheran, Hamshahri mette il presidente americano bendato in prima pagina e titola: «L’ombra dell’Iran sulle elezioni Usa». Toni di trionfo che celano il timore di altri bombardamenti. La Guida suprema Mojtaba Khamenei avverte che l’ostilità americana non cambierà con la maggioranza parlamentare. Sono in molti a ritenere che Trump potrebbe tentare di compensare la sconfitta elettorale con un’altra offensiva. «L’Iran è riuscito a ottenere un cambio di regime in America», è la reazione di una fonte vicina a un alleato degli Stati Uniti nel Golfo, raccolta da Reuters. La portata del successo democratico avrebbe lasciato re, sultani ed emiri ammutoliti.
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