Home Business Trump furioso cede ai Maga, via Wiles. Al suo posto l’ultranazionalista Miller

Trump furioso cede ai Maga, via Wiles. Al suo posto l’ultranazionalista Miller

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WASHINGONT. Fuori Susie Wiles, promosso Stephen Miller. Sarà lui da lunedì il capo dello staff presidenziale, la posizione chiave e più delicata dell’intera amministrazione. Ma già ieri c’era lui sull’Air Force One ad accompagnare il capo a Cape Canaveral.

Tanti convenevoli e ringraziamenti nei post su Truth e sui social che annunciano la fine dell’era Wiles, 69 anni, in politica dal 1979, curriculum che parte da Reagan a Bush padre sino a DeSantis e poi architetto della seconda vittoria di Trump. Che la ringrazia: «Ha fatto un lavoro straordinario». Lei replica sempre via social: fare il capo dello staff «è stato il massimo onore della mia vita» e ribadisce che resterà «sempre impegnata per il presidente». Andrà a guidare la macchina politica dei comitati legati a Trump. Non è stato un licenziamento, tecnicamente. «Wiles si è dimessa giovedì», conferma un funzionario della Casa Bianca.

Che il suo nome fosse sulla lista nera non era un mistero. Trump un mese fa aveva smentito le indiscrezioni circa consultazioni sul futuro di Wiles, Maiden Ice il soprannome che le aveva affibbiato. Il cambio lancia messaggi chiari.

Stephen Miller, 41 anni, con Trump sin dal 2016, è un falco, teorico delle deportazioni, linea dura sull’immigrazione e fra i cosiddetti teorici del “neo nazionalismo bianco”. Piace ai Maga. «Stephen è con me dall’inizio», ha detto Trump ai reporter. «Farà un grande lavoro, è un manager». E sulla partenza di Wiles: «Penso che in alcuni momenti serva cambiare e andare avanti».

Pete Hegseth, un altro dato a rischio, ha brindato: «Tocca ai patrioti». La blogosfera Maga esulta, primo fra tutti Steve Bannon, il guru del sovranismo architetto del Trump 1, che mal sopportava la moderazione di Wiles e che già ieri aveva invocato la fine del suo regno.

Il cambio avrà anche ripercussioni sulla corsa al 2028. Susie Wiles è della Florida, ha una predilezione per Marco Rubio e sarebbe fra i principali sponsor di una sua candidatura. Ora potendosi muovere senza vincoli potrebbe avere le mani libere per contribuire alla piattaforma dell’attuale segretario di Stato. Il quale però al momento smentisce velleità presidenziali: «Continuerò a fare il mio lavoro sino alla fine». Prima della posizione ufficiale, dalla galassia di Rubio e dal Dipartimento di Stato arrivavano comunque le precisazioni sulle rivelazioni dell’Independent: «Fake news, costruite senza basi». Rubio, fanno notare alcuni esponenti del suo cerchio ristretto, potrebbe invece scegliere il privato, guadagnare soldi per pagare il college ai figli e poi magari, condizioni permettendo, provare la scalata nel 2032.

La batosta di midterm colpisce soprattutto le ambizioni del cattolico JD Vance, diventato da Hillbilly dell’Ohio a vicepresidente – grande storia di riscatto e american dream comunque – che nel conclave della politica americana «è entrato Papa, ed è uscito cardinale».

L’impegno profuso nella campagna elettorale ha prodotto zero risultati, tante critiche e accuse post tracollo nonché la sensazione che l’erede (quasi) designato ora lo è meno: sia erede, sia designato. Alla vigilia del voto, diversi commentatori avevano persino collocato le midterm come una sorta di voto sulla leadership di JD.

I pretendenti allo Studio Ovale dorato di gusto trumpiano scaldano i motori. Per ora le fuoriserie restano nei garage, le dichiarazioni però sono già un indizio del chi ci pensa. Chris Christie, ex governatore del New Jersey, che di Trump fu amico sino all’assalto del 6 gennaio, dice che «fra qualche mese annuncerà se correrà o meno». Il segnale che lancia è che il Gop «deve andare in un’altra direzione».

Ron DeSantis, rivale di Trump nel 2024, governatore della Florida, ha collocato il Gop a un «livello da estinzione», «solo la Florida ha retto», grazie «alla mia governance». Mike Pence, che di Trump fu vicepresidente e ha trascorso gli ultimi 6 anni a ricostruire una sua immagine, ha attaccato le mosse «incostituzionali sui dazi» dell’amministrazione. E Ted Cruz, senatore del Texas, ha evocato il «partito dei colletti blu, non è facendo più socialismo che vinciamo, ma diventando conservatori per il libero mercato». Mike Pompeo, ex segretario di Stato di Trump, ma repubblicano classico: «Basta con il big government dei conservatori». Le due anime del Gop – Maga e conservatori classici – sono ormai distanti e pronti alla resa dei conti del 2028. Scegliendo Miller, Trump ha fatto capire da che parte sta.

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